PHOTOGALLERY by Egidio Magnani

venerdì 30 novembre 2007

Bari - La leggerezza della linea musicale di Cesare Picco a Time Zones 2007


Larkin Grimm
Matt Elliot Orchestra
Cesare Picco feat.Taketo Gohara
Teatro Royal- Bari- 29 novembre 2007 –


La ventiduesima edizione del festival Time Zones, non poteva concludersi meglio con l’esibizione di due grandi musicisti: il song writer di Bristol Matt Elliott e il trentottenne pianista di Vercelli Cesare Picco. Due artisti diversi per genere, ma che hanno in comune la stessa capacità di trasportare l’ascoltatore in un immaginario sonoro difficilmente definibile.

Le due coinvolgenti esibizioni programmate al teatro Royal di Bari, sono state anticipate dalla proiezione di un toccante documentario di immagini di repertorio dalla Cineteca pugliese, in ricordo del trentennale della morte di Benedetto Petroni, assassinato il 28 novembre del 1977 dai fascisti.

Un fuori programma, molto gradito dal numeroso pubblico, così come la breve performance della cantautrice californiana Larkin Grimm che, con la sua vocalità travolgente e appassionata, ha saputo regalare al pubblico barese momenti di intensa emozione.

Sono circa le ventuno e trenta quando il compositore piemontese Cesare Picco, artista eclettico dotato di un pianismo libero da ogni schema, accompagnato sul palco dal producer italo-giapponese Taketo Gohara, comincia la sua travolgente performance.
Il talentuoso compositore, cresciuto tra Ravel, Bach e Bill Evans, è infatti un musicista non stereotipato. Attraverso le sue composizioni si respira un universo sonoro composito, dove la formazione classica ben si sposa con il jazz, l’elettronica ed i ritmi sudamericani. Nel suo curriculum d’autore si alternano composizioni per il teatro d’opera, per il balletto (è il musicista prediletto di Luciana Savignano), per il cinema e arrangiamenti pop d’autore (Ligabue).

Con “My Room-Groovin’ Piano”, l’album d’esordio di due anni fa (presentato alla Feltrinelli Libri & Musica di Bari nel maggio 2005), “Bach to me” (reinterpretazione personale di alcune pagine bachiane) e il recentissimo “Light Line”, Picco si colloca tra i grandi del pianismo italiano (Giovanni Allevi, Ludovico Einaudi, Stefano Bollani, Danilo Rea), ma anche uno dei musicisti più apprezzati nel Sol Levante. “Light line” è il risultato della contaminazione tra le diverse culture che ruotano intorno al pianoforte dell’artista piemontese alla ricerca di una leggerezza nelle forme il cui obiettivo primario è la riscoperta di una profondità interiore. Compagni di viaggio del musicista per la realizzazione dell’album, oltre che Taketo Gohara anche lo spagnolo d’adozione Matteo Malavasi, dal suono decisamente salsero e latin ed il giovanissimo batterista milanese Nik Taccori.

Sul palco di Time Zones, il pianista ha presentato alcuni brani tratti dal suo ultimissimo progetto discografico ed alcuni inediti, sempre coadiuvato dagli interventi discreti e misurati del sound designer Gohara, artefice di un’elettronica umanizzata con i suoi interventi in real time su campionatori e teremin. Ad aprire il concerto è il brano “Whisper”, cui seguono “L’orologio” e “The River”, una composizione ispirata della quiete apparente del movimento delle acque che ben si esprime nell’articolato e fluido processo compositivo. Seguirono “Sambaista”, dalle sonorità sudamericane, la dolcissima “October”, con qualche riferimento alle melodie orientaleggianti del maestro Sakamoto, “Il tuo respiro”, nella quale il tocco lieve e vellutato di Picco sembra dare spazio alla forza del silenzio, e la travolgente “Autumn leaves”.

A suggellare la prestigiosa rassegna, diretta coraggiosamente da Gianluigi Trevisi, il concerto del cantautore Matt Elliott, l’ex leader dei Third Eye Foundation (formazione di Bristol, città anche dei Massive Attack e Portishead). Il pubblico appare incuriosito e desideroso di ascoltare un’artista che più di ogni altro ha saputo evolversi. Un percorso artistico partito dalle sperimentazioni industriali ed elettroniche, poi approdato nella riscoperta delle tradizioni classiche ed acustiche, il folk mitteleuropeo.

Una miscela sonora decadente e malinconica, permeata di romanticismo per esprimere il tormento interiore del raffinato chansonnier inglese, da qualche anno residente in Francia. Nella performance barese, Matt Elliott ha alternato brani del suo recente album “Failing Songs” con alcuni dei precedenti “The Mess We Made” e “Drinking Songs”. Testi disperati che esprimono il dissenso del musicista per un mondo liberal-militare verso cui ogni intervento umano appare vano.

L’accettazione passiva di questo stato, rappresenta il leit motiv dell’intero progetto discografico, un malessere che deriva dall’impotenza umana verso un destino ineluttabile e spietato ben rappresentato nel brano simbolo “Gone”.

Claudia Mastrorilli

domenica 25 novembre 2007

E’ andato in scena ieri 24 novembre e in replica anche stasera, al Teatro Kismet di Bari, uno degli spettacoli più attesi della stagione teatrale 2007


E’ andato in scena ieri 24 novembre e in replica anche stasera, al Teatro Kismet di Bari, uno degli spettacoli più attesi della stagione teatrale 2007-2008 “Gomorra”, tratto dal best seller del giovane scrittore Roberto Saviano che ha curato assieme a Mario Gelardi l’adattamento teatrale.


Lo spettacolo per l’occasione è stato preceduto da un incontro organizzato dall’Associazione “LIBERA” dove hanno partecipato personaggi “privilegiati” come alcuni familiari vittime della mafia in Puglia, Pinuccio Fazio, papà di Michele, Alessandro Tedesco , figlio di vittima della mafia, che hanno raccontato la loro esperienza e da dolori così grandi come la perdita di un figlio o di un padre, hanno preso consapevolezza di dover collaborare con le forze dell’ordine per ottenere sia un riconoscimento giuridico ma soprattutto giustizia per i loro cari. Riportando una frase di Don Ciotti, Alessandro Tedesco ha voluto concludere “Loro sono morti, perché noi non siamo stati abbastanza vivi”.

Presente anche Don Raffaele Bruno, sacerdote in prima fila contro “le mafie”, perché se il libro Gomorra ci descrive la mafia della Campania, questa non vive e si moltiplica solo in Campania, ma la troviamo in Calabria, Sicilia e anche in Puglia, perché non parla di qualcosa distante da noi ma al contrario è qualcosa che vive in simbiosi e riesce ad esistere grazie al silenzio e all’omertà di tutti noi.

“La materia è tale che le parole servono pochissimo” interviene Michele Emiliano – sindaco di Bari – ma anche magistrato che ha lottato e lotta contro la mafia. “E’ dura e faticosa questa strada e l’impazienza ma anche il perder tempo gioca a favore della mafia. Bari in prima linea contro la mafia l’avrei voluto vedere tanto tempo fa, forse oggi la Puglia sarebbe stata una regione da portare ad esempio per tutte le altre - prosegue Emiliano – ma il nostro sbaglio è stato unire al nome : sacra corona unita, la parola “salentina”, distogliendoci dal reale problema che non era locale ma regionale” .

L’intervento è terminato a tarallucci e vino, non nel senso metaforico, ma reale, perché si è brindato con il vino prodotto dai vitigni confiscati alla mafia in Sicilia e con i tarallucci prodotti dai campi di grano anch’essi confiscati.

“Per il 15 marzo 2008 - dice Don Bruno – quando ci incontreremo a Bari per la “XIII giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia” brinderemo con il vino di Torchiarolo (Brindisi) e cita una frase di don Tonino Bello la “Puglia arca di pace, ma non arco di guerra”.



Si è passati poi alla rappresentazione teatrale, che con parole non lavorate, grezze ci dice che la mafia o la camorra non riguarda solo Napoli.

Inizia con un monologo dell’attore Ivan Castiglione che interpreta, lo scrittore Roberto Saviano, (uno scrittore e non un intellettuale di 28 anni, come ama definirsi, che con il suo libro sta facendo più danni alla camorra che non anni di guerra da parte dello Stato) e racconta : “per amore del mio popolo non tacerò ed è questo uno dei motivi per cui Don Peppino è stato ucciso”, quasi ad indicarci che parlare di mafia, denunciare chi è mafioso è come decretare propria condanna a morte.

La mafia non è un’organizzazione di sola gente di malaffare, ma è un’organizzazione di “potere” , “potere economico”, che vede alleati i potenti che governano uno Stato, i colletti bianchi che non si sporcano le mani, anche se lavorano nel riciclaggio delle immondizie o nel ciclo del cemento.

Per questo motivo la scenografia è ambientata in un cantiere edile, con sacchi di cemento per terra, bidoni di pittura, impalcature, ponteggi di tubi e legno, scale e colonne di cemento, ad indicare che il primo potere lo si manifesta a dimostrare come si vincono le gare di appalti.

Roberto, il protagonista, per descrivere e raccontare la mafia, vive a stretto contatto con la malavita locale, intorno a lui ruotano 5 personaggi, dalle caratteristiche che ben sottolineano questa organizzazione criminale che ha bisogno:

- del braccio armato, violento quasi animalesco (Pikachu/Francesco di Leva);

- della nuova fauna locale, quella intellettuale, che ha studiato ed è andata all’università e considera uno laureto solo uno “stronzo”, ma un laureto con la pistola in mano “un uomo” (Mariano/Antonio Iannello), e un uomo con un Kalaschnikov , un uomo completo;

- della bassa manovalanza, che deve spacciare droga nelle scuole e nelle piazze, provare i giubbetti antiproiettile e farsi sparare addosso per attestare se sono idonei (Kit Kat/Adriano Pantaleo), senza neppur considerare che le usano come cavie e non li considerano persone

- di persone sminuite usate, senza neppure essere consapevoli di questa situazione (Pasquale/Ernesto Mahieux);

- di persone (la più spregevole) che non si sporca mai le mani e che comanda a distanza, che detiene il potere ed è portatore di “interessi” (Stakeholder/Adriano Pantakeo).



Lo spettacolo si è avvalso di un sottofondo musicale molto incisivo a cura di Francesco Forni e di immagini per meglio sottolineare quando si parlava di sangue, sparatorie e di morti ammazzati elencando dal 1980 al 2006 il numero dei decessi a causa della mafia, un numero impressionante che fa paura 3700. La mafia è l’organizzazione che ha ucciso più di tutti, più dell’ETA e delle Brigate Rosse.

Conclude una frase di Don Peppino “A me non interessa sapere chi è Dio, a me interessa sapere da che parte sta”.

E noi da che parte stiamo?.

Anna deMarzo

BARI – Incantano e catturano il pubblico i ‘Pan Atlantic’..Bobby Previte + Gianluca Petrella al Time Zones


Straordinaria..coinvolgente..emozionante la serata di ieri, 23 novembre, al Teatro Di Cagno di Bari che ha ospitato, all’interno della rassegna Time Zones, dei nomi strepitosi e internazionali.
Ad incantare gli spettatori: Bobby Previte che da qualche anno si esibisce con la Pan Atlantic, una band acustica che fonde in un quintetto italo-franco-austro-danese-americano alcuni dei nomi più interessanti del jazz contemporaneo.

Salgono sul palco intorno alle 21 e 30 e immediatamente, Puschnig, Dalbecq, Petrella, Davinson e Pevite cominciano ad ‘accarezzare’ i loro strumenti, è un crescere di emozioni, pulsazioni, ed ecco che quel jazz che caratterizza Previte si eleva in un climax di tensione.
Inutile enumerare gli avvenimenti che caratterizzano la carriera di Previte, basta affermare che è riconosciuto in tutto il mondo come maestro del suo strumento (la batteria..per chi ancora non lo sapesse!!) e del moderno jazz.

Inevitabilmente il nome Previte richiama alla mente, per associazione di idee, quelli di "Downtown Jazz" e di "Knitting Factory": laddove la prima era l'espressione che nei primi anni ottanta ambiva definire - e pubblicizzare - un gruppo di musicisti dall'approccio altamente fluido e comunque un periodo che ha coinvolto tutta l’arte in senso ampio; mentre il secondo era il nome del piccolo locale che di tali musiche d'avanguardia divenne in breve tempo il luogo deputato e, più avanti, anche un "marchio di garanzia" di discreto successo.

E ieri tutti gli amanti del genere e non hanno potuto godere delle sue evoluzioni, della sua forza travolgente, la sua musica così particolare da risultare inclassificabile ha davvero incantato il pubblico barese. Sembrava appartenere totalmente al suo strumento, lui, che è famoso per il suo drumming elettrizzante riusciva a far suonare e a dar vita ad ogni piccolo elemento della batteria. Infatti, non si accontentava di suonare i piatti, la gran cassa, i tom..cercava di creare suoni continui e diversi toccando i bordi della batteria.
Ha certamente ipnotizzato ma la bravura e l’abilità della band ha supportato Previte. Gli assolo di sax..le sferzate di basso e i suoni acuti della tastiera sono stati continui. Ma ad emozionare maggiormente il giovane Gianluca Petrella e non per i suoi natali baresi ma per l’ecletticità sonora.

Riesce a produrre con il suo trombone una musica tanto fluida ed originale che sembra allontanarsi dal jazz comune per elevarsi a sonorità disparate. Un linguaggio personale ed indipendente, sonorità leggere e suoni forti e distorti da sembrare quasi elettronici.
Petrella, nato nel ’75 e diplomatosi al Conservatorio di Bari nel ’94, ha alle spalle una carriera che lo vede collaborare con nomi strepitosi internazionali e non. Troppo densa di avvenimenti la sua giovane vita per ripeterli qui, l’importante è sapere che Petrella è forse la massima espressione barese nello scenario di musica internazionale.

Un quintetto che è riuscito a dar vita ad un’esibizione eccitante e davvero fuori dal comune che ha catturato il pubblico, che, inesorabilmente, ha richiesto un bis. Concesso l’ultimo pezzo i musicisti spariscono nell’ombra lasciando un senso di estasi nell’aria!

Luana Martino

BARI – Carla Bozulich + Gowns + Father Murphy intensità e vibrazioni al Time Zones


Continua la rassegna ‘Time Zones’ che ha visto esibirsi nella serata del 22 novembre tre realtà diverse ma accomunate da intensità e vibrazioni.

Il pubblico del Bohemien, che ha ospitato il concerto, è stato letteralmente catturato dalla potenza degli artisti. Una scelta non casuale quella di far esibire i tre gruppi nella stessa serata, sembra, infatti, che i giovani e italianissimi Father Murphy siano stati scelti dai Gowns come spalla al loro tour internazionale che prevede tre date con la grande Carla Bozulich.

E’ stata certamente lei il perno dell’intera serata. Quasi magnetica, in grado di attirare l’attenzione degli spettatori con il suo mood artistico sui generis, innamorata del folk e del country americano si ritrova poi (agli esordi della sua carriera) nei bagordi del sexual-industrial con gli Ethyl Meatplow. Il suo essere eclettica la porta nel mondo del punk dei Geraldine Fibbers, fino a cadere nelle braccia di Willie Nelson. Oggi, è pronta per una nuova e intensa emozione da regalare: il disco ‘Evangelista’ definito un lavoro blues ma è molto di più…un blues biblico, quasi demoniaco e gotico che la splendida voce della Bozulich interpreta con passione sanguinante.

Sul palco ieri l’atmosfera era inquietante avvolte anche snervante, la sua musica si fondeva con suoni acuti e perforanti, una sorta di noise che si fonde con melodie gotiche ed echi di voci lontane.
Un’ascesa di tensione che però sembra non arrivare ad uno sfogo completo, la drammaticità si coglie in ogni pezzo e in ogni espressione di Carla che enfatizza l’esibizione sedendosi tra il pubblico attonito e colpito.

Meno ‘cupa’ la performance dei Gowns (che hanno aperto la serata): progetto di Erza Buclha (figlio di Don, storico inventore dei primi sintetizzatori) e Corey Fogel che si sono uniti ad Erika Anderson. La loro incredibile musica è una fusione perfetta di post-rock folk con accenti marcati di noise ma ben strutturato.
Il loro album ‘Red State’ ha avuto un enorme eco e sembra sia stato annoverato come migliore del 2007. L’esibizione che hanno regalato al pubblico barese è stata caratterizzata da un sound ipnotico, fatto di scorie elettroniche e di melodie avvolte sussurrate e altre volte letteralmente gridate.
Una scoperta americana che nasce proprio con l’intento di sintetizzare vari tipi d’interessi musicali..e ci riescono bene.

Ugualmente abili i trevigiani Father Murphy una delle più promettenti formazioni italiane, tanto geniale quanto originale e particolare. Freddie Murphy, Chiara Lee e Vicar Vittorio Demarin Brain compongono brani capaci di partire dal più banale arrangiamento pop per raggiungere sonorità una volta blues, una volta punk e perché no anche strane melodie prodotte da strumenti giocattolo.
Sembra che giochino continuamente tanto da apparire grandiosi ma senza osare troppo…

Una serata intensa all’insegna dell’ottima musica e alla scoperta di generi che si fondono e si amalgamano tra loro per creare l’inaspettato.

Luana Martino

venerdì 23 novembre 2007

Bari - Luca De Filippo ci conduce ad ascoltare 'Le voci di dentro', quelle della nostra coscienza


Le voci di dentro

Si tratta di un racconto fantastico sospeso tra sogno e realtà, incentrato dal grande Eduardo De Filippo per condurre ogni essere umano ad ascoltare la “voce di dentro”, quella della propria coscienza.

E’ infatti proprio “le voci di dentro” il titolo della commedia in scena fino a domenica 25 novembre al Teatro Piccinni, per il cartellone del Comune di Bari e Teatro pubblico pugliese. Protagonisti assoluti, l’uno sulla scena, l’altro dietro le quinte. Luca De Filippo, figlio dello stesso Eduardo, autore dell’opera e il regista Franco Rosi. Quello rappresentato è “un testo che si inserisce nel filone del fantastico eduardiano, sono dichiarazioni dell’attore e del regista”, con l’ambiguo rapporto sogno – realtà, ed esprime profondamente i sentimenti, le ansie e le paure degli uomini del suo tempo; di un Paese, l’Italia del dopoguerra, indebolita soprattutto nel sistema di valori e poco fiduciosa verso una rinascita, come se gli orrori della guerra, continuassero a contagiare la coscienza delle persone. Dopo il successo di Napoli milionaria, De Filippo e Rosi proseguono insieme nell’esplorazione della drammaturgia di Eduardo, scegliendo un testo consecutivo al precedente.

Scritto nel 1948, Le voci di dentro racconta la vicenda di Alberto Saporito e di un suo strano sogno: un omicidio commesso dai suoi vicini di casa. Partendo da questo avvenimento: è realtà? O Fantasia? Si innesca un’amara riflessione sulla malvagità umana, provocata soprattutto dalle offese vicendevoli che i sospettati si rivolgono l’uno contro l’altro. I comportamenti degli accusati stimolano i dubbi del protagonista Alberto e, soprattutto lo inducono a vergognarsi nell’ appartenere al genere umano. Egli si trova ormai, di fronte ad una umanità, che non è più capace di ascoltare “Le voci di dentro”, quelle della coscienza, A questo punto sembra quasi naturale condividere l’atteggiamento dello zio Nicola, un anziano parente che vive con Alberto: nonostante non sia muto, ha deciso di non parlare più, perché ritiene che l’umanità abbia perduto ogni ritegno”.

“Napoli milionaria e Le voci di dentro, scrive nelle note Luca De Filippo”, segnano il momento di passaggio da un Eduardo nel quale è ancora viva la speranza nei grandi cambiamenti e nel recupero dei valori fondamentali, dopo il terribile dramma della guerra, ad un Eduardo in cui la disillusione e il pessimismo prevalgono in misura crescente: Si tratta del momento in cui Eduardo passa dalla riflessione sulla società all’approfondimento dei rapporti all’interno della famiglia sempre più espressione di ipocrisia, tornaconto personale e sempre meno permeata di quei grandi valori universali, quali la fraternità, la solidarietà, la pietà, che avrebbero dovuto segnare il rinnovamento sociale ed individuale”.

Il titolo dunque torna ad essere emblematico e, come tale è entrato nel linguaggio quotidiano: le voci di dentro non corrispondono più alle voci di fuori, Eduardo intende comunicare che a causa di falsità, diffidenze reciproche e ipocrisie, si può giungere a conseguenze inimmaginabili, addirittura alla negazione della comunicazione e della stima reciproca, rivelando così aree insospettabili di una umanità smarrita.

Tutto questo è metaforicamente rappresentato dalle scenografie, grigie e ferrigne, quasi espressione di quel plumbeo dell’anima, che fuoriesce senza posa dalla psiche dei protagonisti.

Maria Caravella

lunedì 19 novembre 2007

Bitritto (Bari) - Tuxedomoon ... La luna in frac alla XXIII edizione del Festival Time Zones






In bilico tra passato e futuro, ma sempre in frac. Da trent’anni i Tuxedomoon, leggendaria band nata a San Francisco nel 1977 dal sodalizio artistico tra Steven Brown e Blaine Lesile Reininger (entrambi studenti di elettronica al San Francisco City College), hanno saputo fondere in un’alchimia sonora unica ed inconfondibile le diverse arti (musica, teatro, mimo, danza, video e cinema), diventando il gruppo multimediale per eccellenza nel panorama rock contemporaneo degli ultimi trent’anni. Una musica senza tempo caratterizzata da un sapiente mix di new wave americana, ritmiche ossessive, atmosfere decadenti e claustofobiche del post punk e performance di artisti dell’epoca come la vocalist Victoria Lowe, Gregory Cruikshank e il performer ed autore teatrale Winston Tong. Per i trent’anni della loro carriera artistica, i Tuxedomoon hanno da poco intrapreso il tour mondiale che tocca anche l’Italia con cinque date, una di queste è toccata ieri a Bari, al Palatour di Bitritto, nell’ambito della rassegna Time Zones. Steven Brown, con e senza i Tuxedomoon, si è più volte esibito nel capoluogo pugliese. Ricordiamo il concerto al teatro Petruzzelli di ventiquattro anni fa, segnato dall’incendio di una poltrona rossa, episodio immortalato nella registrazione live dell’album antologico “Pinheads on the move”, ma anche il concerto alla discoteca Camelot e lo straordinario concerto al Renoir in cui presentò l’album “Brawn plays Tenco”, omaggio a Luigi Tenco. La line up allestita per il live di Bitritto vede all’opera il quintetto: Bruce Geguldig (performance video), Luc Van Lieshout (tromba), Blaine L. Reininger (violino, tastiere e voce), Peter Principle (basso) e Steven Brown (voce, piano e sax). Sono circa le 21.30 quando i mitici Tuxedomon entrano in scena. L’emozione è tanta, il pubblico formato essenzialmente da nostalgici del periodo post punk acclamano a gran voce l’uscita sul palco di Brown e company. Ad aprire il live una lunga suite strumentale dal titolo” Effervescing” mentre le immagini in bianco e nero di manichini dalle sembianze femminili scorrono intrecciandosi simbioticamente con la musica ipnotica e nevrotica ben sostenuta nel finale dall’introduzione della drum machine . La prima parte del concerto è impostata essenzialmente con brani dei primi album, poi con “Still shall voice”, tratto dell’ultimo album, si apre un’alternanza spazio temporale nella quale la formazione californiana sembra esprimersi al meglio. Steven Brown, ora al clarinetto, ora al piano e voce, non sembra aver perso l’energia dei vecchi tempi ed accenna timidamente frasi in italiano. L’intesa sul palco è perfetta tanto da creare momenti di intenso lirismo soprattutto nella suggestiva “Time to loose”, in cui il visual performer Geduldig comincia a mimare con grande maestria. Seguono “Muchos colores”, in cui la chitarra e l’armonica ricordano le atmosfere morriconiane, “A home away” e “Big Olve”, quest’ultima cantata in greco, e il finale affidato alle bellissima “Atlantics” e “What the use”. Acclamati a gran voce dal pubblico delirante, i Tuxedomoon ritornano sul palco per eseguire “This beast”, “Some guys” e nell’ ipnotica “Volo vivace” tratto dall’album d’esordio “Half mute”. Una standing ovation saluta il quintetto che ripaga emozionato con un inchino l’amato pubblico barese.
Claudia Mastrorilli

domenica 18 novembre 2007

Zucchero Adelmo Fornaciari ha acceso un diavolo in … noi



Il freddo e la pioggia di ieri non ha fatto desistere le migliaia di persone che pazientemente in coda hanno atteso di entrare al Pala San Giacomo di Conversano colmandolo in ogni ordine di posto, per ascoltare uno dei più apprezzati cantanti italiani Adelmo Fornaciari in arte Zucchero.La guest star che ha aperto il concerto è stata Irene Fornaciari, figlia del talentuoso bluesman, che accompagna il padre nei suoi concerti. Una ragazza dai lunghi capelli castani , dal volto semplice e con addosso un nome ingombrante, ma che si è dimostrata all’altezza cantando 5 canzoni con il solo accompagnamento della chitarra acustica suonata da Massimo Bartolino, dimostrando di avere una bella e possente voce.Al termine della sua interpretazione dietro ad un tendaggio argentato che pian piano si è alzato è apparso lui il “re del blues” alias Zucchero e proprio come un re si è presentato seduto su un trono e con chitarra in mano ha iniziato a cantare la canzone di apertura di tutti i suoi concerti “Dune Mosse”, un omaggio a Miles David.Atmosfera ovattata grazie anche al gioco di luci ed ugualmente un gioco la scenografia dove dal soffitto pendevano enormi candelabri di cristallo e in maniera quasi casuale erano disposti antichi grammofoni e voluminosi bauli che raccolgono i ricordi di una lunga vita e che fanno pensare al trascorrere del tempo.Un gioco anche le giacche indossate dai musicisti stile The Beatles in Sargent Peppers.E il concerto di Zucchero è stato proprio questo riproporre le sue canzoni che con il passare del tempo non tramontano mai miscelandole con quelle del suo ultimo album “Fly” ed infatti prosegue con … un viaggio in fondo ai tuoi “Occhi”, “Quanti anni ho” , “Bacco perbacco”, per poi abbandonare il trono invitando a ballare e a cantare con lui con “Kilo”, “Cuba Libre”, “Baila”, “Overdose (d’amore)”, “Il mare impetuoso al tramonto”, “Con le mani” e poi ha saluto i presenti con la sua famosa frase “che Dio vi benedica” e “salutami i tuoi”.Il concerto sembrava essere terminato ma il pubblico non ha lasciato il suo posto e lo ha chiamato invitandolo a ritornare sul palco e lui non si è fatto attendere.Ha voluto omaggiare un amico che non c’è più , un amico che ha cantato e ha lavorato con lui, Luciano Pavorotti, intonando la canzone “Miserere”, mentre sui piccoli schermi venivano trasmesse le immagine del grande big Luciano. Standing ovation da parte di tutti i presenti per onorare un altro grande della musica italiana ed internazionale. Dopo il momento commovente del ricordo, Zucchero ha incalzando il ritmo infiammando gli animi con un “Diavolo in me” per poi scatenarsi e incitando tutti con “Solo una sana e consapevole libidine..” ritornando per magia al suo amato blues con “Hey man”.Saluta di nuovo tutti e va via, ma il pubblico ancora una volta resta incrollabile al suo posto ed è costretto a riuscire per fare il bis del bis proponendo l’ultima canzone “You are so beatiful” e presentando i musicisti che lo hanno accompagnato in questo tour.Il bluesman emiliano schiera alle tastiere David Sancious, alle chitarre il fido Mario Schilirò e Kat Dyson, alla batteria Adriano Molinari, Polo Jones al basso e la potente vocalist Sara Grimaldi, saluta ancora una volta il pubblico con “Che Dio vi benedica” e “Saluta i tuoi”.Due ore di concerto, travolgente ed appassionante, Zucchero non ha concesso soste ai suoi musicisti e al pubblico trascinandolo in un vortice emozionante e toccante.Si accendono le luci nel Pala San Giacomo ad indicare che il concerto è davvero finito.Non posso che concludere con un “Grazie” Zucchero, per la dolcezza che ci hai trasmesso e le emozioni che ci hai donato.
Anna deMarzo

sabato 17 novembre 2007

Coinvolgente ed emozionante il Moulin Rouge con Nathalie Caldonazzo e Ramona Badescu


Quando si parla di Moulin Rouge, il nostro pensiero corre per primo al mitico locale parigino e poi con uno scatto quasi felino non può fare a meno di considerare il capolavoro di Baz Luhrmann, il film che ha riscattato il musical, genere messo nel dimenticatoio dei cineasti, con due interpreti come Nicole Kidman e Ewan McGregor che hanno incantato gli spettatori per la loro bravura anche canora. Film spettacolare con le sue musiche (e che musiche) accattivanti, coinvolgenti, con i suoi costumi scintillanti e le sue scene che hanno ben disegnato una Parigi di fine 800.

Così quando ieri sera e in replica anche stasera ha debuttato il musical “ MR MUsical Romantico” con Nathalie Caldonazzo e Ramona Badescu , al Palatour di Bitritto (Bari) lo scetticismo era grande, perché impossibile non poter fare paragoni.
Ma la regia di Adriana Cipriani per evitare questo genere di confronto, ha modificato in parte la trama lasciando invariata quella musicale, con i testi tradotti in italiano, che nulla hanno tolto a quelli in lingua originale, anzi hanno meglio sottolineato i brevi dialoghi dei protagonisti.

L’unica canzone non tradotta, forse perché non era necessario, perché si poteva ben intuire cosa voleva comunicare è stata Lady Marmalade.

Nel "MR MUsical Romantico" della Cipriani, ci sono due prime donne Avril e la sua antagonista, sia sul lavoro che in amore, Ninì, rispettivamente Caldonazzo e Badescu.

La trama del musical descrive la storia raccontata propria da Ninì, che smessi i panni di ballerina a causa del fallimento del locale fa la fioraia.
Ninì si è sempre sentita più un personaggio principale e non di secondo piano dello spettacolo del Moulin Rouge e ogni qualvolta si fa riferimento ad Avril, prova insofferenza.

Ricorda così l’ultimo periodo prima della chiusura del locale, quando era una soubrette, dei problemi finanziari che il suo gestore Ziedler (Ermanno Pastore) aveva con il proprietario del locale Ollherr (Graziano Galatone) e di come Avril gli rubò la scena.

Dell’incontro con il pittore Daniel (Ario Avacone) che si innamora contraccambiato da Avril, ma che anche Ninì ama segretamente.
Della malattia di Avril nascosta all’interessata, sia dal medico che dagli amici, al contrario di lei che con grande soddisfazione rivela.
E di come Avril muore fra le braccia del suo innamorato, ricordando un po’ la scena ‘La Signora delle Camelie’ di Alexsandre Dumas.

Due ore di spettacolo con un susseguirsi di cambi d’abito tutti ricercati e sfarzosi, del genere hollywoodiano, una dinamicità teatrale grazie al bravissimo corpo di ballo guidato da coreografie curate, dove nulla è lasciato al caso, il tutto miscelato sapientemente dall’interpretazione delle canzone cantate dal vivo, hanno reso questo spettacolo interessante e piacevole e che ha visto un avvicendarsi di 30 artisti e un alternarsi di cambi di scena.
Ottima le performance delle due protagoniste, nella loro interpretazione sia nel canto che nella danza.

Da notare l’abbattimento della quarta parete teatrale avvenuta in tre momenti : durante l’entrate in scena di Daniel che ha recitato al centro della platea per poi incamminarsi sul palco; di Ramona Badescu, quando ha cantato Lady Marmalade; del corpo di ballo che ha danzato fra il pubblico quando è stato intonato l’emozionante brano dei Queen “The show must go on” .

E proprio la musica è stata la vera protagonista del musical "MR MUsical Romantico" entusiasmante ed elettrizzante quando è stata da tutti magistralmente interpretata la canzone ‘El tango de Roxanne’, ma anche tutte le altre hanno contribuito a rendere questo spettacolo , una rappresentazione da non perdere.

Anna deMarzo

Ballet Preljocaj: esplosione, esaltazione, sospensione, vibrazione. Danzando sulla musica di Vivaldi


Al teatro Piccinni di Bari, per la Nuova Produzione e Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, è andato in scena il 14 novembre, la perfomance di danza “Les 4 Saison...” del Ballet Preljocaj. Coreografia di Angelin Preljocaj, “Caosgrafia” di Fabrice Hyber, Musica di Antonio Vivaldi. Interpreti: Isabelle Arnaud, Gaelle Chappaz, Natacha Grimaud, Emma Gustafsson, Ayo Jackson, Cèline Mariè, Sergio Diaz, Sèbastien Durand, Alexandre Galopin, Yan Giraldou, Bruno Pèrè.“Le quattro stagioni” è il titolo dei quattro concerti grossi per violino composti nel 1723 da Antonio Vivaldi (Op. 8, No 1-4). Il potere di questa musica è quella di sentirla anche senza ascoltarla, la si sente e basta. Non per la concettualità del titolo ma forse perché è talmente conosciuta che le note si manifestano a noi ed al nostro udito anche senza ascoltarlo veramente! E' un mistero, è arte, è anche un po' follia! Questa composizione musicale così famosa riesce ad essere un pretesto straordinario per creare dei movimenti liberi e fluttuanti in cui il corpo svela una struttura organizzata e disorganizzata su quattro criteri: esplosione, esaltazione, sospensione, vibrazione. Si parte da un segmento coreografico, certo si parte, poi ci si perde, delicatamente, ovunque, con piacevolissime intrusioni ed ingerenze “caosgrafiche”. Il Ballet Preljocaj nasce alla fine del 1984 grazie al coreografo franco albanese Angelin Preljocaj che attualmente vive e lavora a Aix-en-Provence. La sua compagnia dal 1989 è Centre Chorégraphique National, con 24 ballerini e più di cento rappresentazioni ogni anno. In Francia esistono 19 di questi Centri, nati con lo scopo di produrre e divulgare la danza, la formazione e la ricerca artistica. Lo spettacolo “Les 4 saison....” è stato creato nel 2005, si tratta di una coreografia della durata di un'ora è mezza circa, per 12 ballerini, sulla musica di Vivaldi, nell'interpretazione del violinista Giuliano Carmignola e della “Venice Baroque Orchestra” diretta dal maestro Andrea Marcon.In scena alcuni oggetti e caos (bello!) sospesi per aria, girano e girano (danzano), rievocano immediatamente la peculiarità della performance. Corpi oscuri in scena, in silenzio la vestizione, poi la meteorologia si rivela ed esplode con tutta la sua forza. Sole, vento, pioggia, temporale, ma “cosa può fare il corpo”? E questa' la domanda simbolica che si rende ovvia al pubblico, con colori vivacissimi, oggetti amplificati, travestimenti anche vicini ad un disegno mentale che riporta all'infanzia, alla fuga dalla realtà, si gioca con corde, collane, cellophane, ed altro.I materiali ed i colori danzano con i ballerini. Le suggestioni sensuali o risibili si muovono con altrettanta essenzialità. Ma allora perché questa musica? Ed ecco che si danza anche nel silenzio assoluto, si evidenzia il fenomeno di purezza e l'incanto si manifesta efficacemente. La musica di Vivaldi collabora, partecipa concettualmente alla performance, rischiando perfino di autotrascurarsi davanti alle immagini di 'si tanta bravura oggettiva e più che creativa. Straordinari i danzatori, non corpi uguali ma veri caratteri distinti nel carisma in scena, e poi la visione della ballerina in stato di gravidanza ha dato un perfetto senso di leggerezza fragile ma soave alle coreografie che ha interpretato.
Deborah Brivitello

Folco Quilici ospite al 'Presidio del Libro' con il suo ultimo lavoro 'I miei mari'






Merito della prof.ssa Rossella Santoro, responsabile del Presidio del Libro “Cartesio”, che raccoglie i comuni di Capurso, Triggiano, Cellamare e Valenzano, è riuscita ha portare a Cellamare un nome prestigioso della letteratura e filmografia internazionale, quello del giornalista e scrittore Folco Quilici.Numerosi i giovani delle scuole dei comuni sopracitati che si sono presentati al castello Del Giudice-Caracciolo nel borgo antico di Cellamare (Bari), luogo che ha ospitato l’evento, un locale stretto e lungo ed insufficiente a contenere tutti quelli che volevano parteciparvi e data la poca capacità di posti, molti sono rimasti fuori sotto una insistente pioggerellina. Un incontro tra autore e lettore che entusiasma ed affascina e piacevole è stato vedere che molti giovani erano in possesso dell’ultimo libro di Quilici “I miei mari” che avevano letto e desideravano avere un autografo dall’autore, proprio come fosse una pop star.Ma Folco Quilici è veramente una stella del panorama internazionale, tanto è vero che la Rivista FORBES lo ha inserito tra le cento firme più influenti nel mondo.Il noto documentarista ha spiegato che questo suo ultimo impegno è un riassunto dei suoi 50 anni di lavoro, trattati come fossero un romanzo.“Negli anni 50 sono stato uno dei primi a parlare del problema dell’ecologia e dei danni che l’uomo poteva creare in un prossimo futuro. Ero stato catalogato un catastrofista. Oggi per fortuna possiamo fare un ragionamento al contrario, perché darci del “catastrofisti” significherebbe darci per vinti”.“ Per 5 milioni di anni – prosegue Quilici – fino alla fine dell’800 l’uomo è stato sempre aggredito dalla natura e negli ultimi 50 anni ha tentato di fermare questa corsa, con danni incalcolabili. Ma grazie alla presa di coscienza si stanno attuando leggi che favoriscono la nascita di aree protette e in alcuni casi come nell’area marina di Siracusa si è potuto evidenziare un aumento del 300% della popolazione ittica ed il ripristino dei fondali marini”.Alla domanda cosa ne pensa dei danni che provocherebbero lo scioglimento dei ghiacciai, Folco Quilici, dall’atteggiamento compassato che tutti gli riconoscono si è alquanto alterato.“Lo scioglimento dei ghiacciai è una : “ balla” –ha esordito – perché questo è sempre accaduto nei ricorsi storici e non per colpa dell’uomo ma del Sole. Il riscaldamento del pianeta non è esatto attribuirlo al coefficiente umano. Quando c’è stata l’ultima glaciazione l’uomo già operava su questo pianeta che lo ha spinto a vestirsi e a trovare delle soluzioni per i problemi ambientali che gli piombavano addosso. Questo ha solo rafforzato l’umanità, come lo rafforzerà ulteriormente e lo porterà ad essere migliori conoscitori delle conseguenze del suo riscaldamento”.“Un’altra balla diffusa dal “Signor Gore” e che non è vero che sciogliendo i ghiacciai si alza il livello dei mari . Questa è pura propaganda, ma non dobbiamo pensare che non accada nulla. Anche per gli orsi polari si è sempre parlato della loro estinzione ma al contrario sono aumentati del 10%. Credo che tutto questo sia un tentativo di distogliere i nostri occhi dalla realtà”.“I servizi televisivi – prosegue Quilici – ci mostrano immagini dei disastri ambientali provocati dalla petroliere che riversano in acqua il petrolio, inquadrano gli uccelli ricoperti di petrolio grezzo per farci intenerire, ma non parlano che lo stesso quantitativo che provoca un disastro ambientale lo emette il Po tutti i giorni”.Da catastrofista Folco Quilici ora sembra essere più ottimista, perché è consapevole che questa generazione ha la consapevolezza del problema, che i giovani guardano il futuro con occhi rivolti alla natura e vigilano alla sua salvaguardia : perché i giovani hanno capito che la ricerca scientifica non segue una propaganda politica, ma mira alla salvaguardia di questo piccolo Pianeta Azzurro, che in fin dei conti è la nostra unica vera casa.
Anna deMarzo

sabato 10 novembre 2007

Bari - La magica alchimia sonora di Teatro Di Cagno - Bari 9 novembre 2007- alla XXII edizione del Time Zones



Teatro Di Cagno - Bari 9 novembre 2007- La scena musicale early 80’s, quasi orfana del punk, si affaccia timidamente a un fluido ed ardente movimento nel quale nuove prepotenti correnti espressive, provenienti soprattutto dall’Inghilterra, permearono di rinnovato vigore la scena musicale. Dalle tenebre del dark-rock caratterizzato da linee depresse e suoni claustrofobici, nasce il cosiddetto dream-pop, genere teso alla fusione di sperimentazioni post - punk e linee melodiche, di cui sicuramente Robin Guthrie, insieme all’inimitabile voce di Elizabeth Frazer (di cui si è detto “se Dio avesse una voce, sarebbe la sua) e al basso e alla batteria di Simon Raymonde (che sostituì Will Heggie), è stato il precursore fondatore con il progetto Cocteau Twins.Il trio scozzese, divenne ben presto uno dei maggiori gruppi di culto dell’underground britannico degli Anni ’80. Grazie al loro sound ipnotico e visionario, diedero vita ad album memorabili come “Garlands”, “Head Over Heels”, ”Lullabies”,” Peppermint pig”, “Victorialand ” e “Treasure”. Le sonorità rarefatte della formazione scozzese, caratterizzata da suoni eterei ed onirici ricreati dai morbidi arpeggi della chitarra di Guthrie sui quali magistralmente si poggiava la cristallina voce di Elizabeth Frazer (grande fan di Siouxie), crearono un sound ben presto emulato da molte formazioni dell’epoca, dando così linfa vitale alle produzioni discografiche della mitica 4AD Records, etichetta discografica indipendente britannica fondata nel 1979 da Ivo Watts-Russel e Peter Kent .In molti ne hanno emulato lo stile (Felt, Gun Club, Ian McCulloch, e Lush), ma la tecnica ed il tocco di Robin Guthrie rimangono unici e inimitabili. Ad aprire la ventiduesima edizione del festival Time Zones, con la direzione artistica di Gianluigi Trevisi, è toccato proprio al quarantacinquenne chitarrista e polistrumentista scozzese, in una location alquanto insolita: il Teatro Di Cagno. Purtroppo, per cause indipendenti dalla volontà degli organizzatori, la performance del newyorkese William Basinsky, guru dei loops e delle contaminazioni elettroniche, è stata annullata.Robin Guthrie, da sempre avvezzo alle sperimentazioni musicali più estreme, successivamente allo scioglimento dei Cocteau Twins, ha fondato negli Anni’ 90, insieme all’amico Raymonde, l’etichetta discografica “Bella Union”, con l’intento di promuovere artisti in sintonia con i loro percorsi artistici. Collaboratore di musicisti del calibro di Harold Budd , ha poi inciso due album, molto ben apprezzati dalla critica, con la cantante Siobhan de Marè .Il polistrumentista scozzese, successivamente ha proseguito la sua ricerca sonora spingendosi verso i raffinati ambiti delle soundracks strumentali e landscapes elettronici, pubblicando due album solisti “Imperial” e lo scorso anno “Continental” . A Time Zones Guthrie ha presentato ieri al pubblico accorso numerosissimo ad ascoltarlo, un progetto speciale dal titolo “Lumiere 2007” .Lo spettacolo si basa sulla sonorizzazione di un film d’animazione; una sorta di combinazione di immagini sonore dove si succedono sovrapponendosi ed intersecandosi ora figure geometriche ora fasci di luce o ancora fotografie satellitari, fiamme che bruciano negativi e fotogrammi del passato.Robin Guthrie sale sul palco intorno alle 21, in total black look, circondato solo dal suo prezioso computer e dai suoi effetti, impugnando la sua affezionatissima chitarra Fender.L’emozione tra il pubblico è tanta, e i magici arpeggi di Guthrie sembrano subito portarci indietro nel tempo di vent’anni . Echi e riverberi risuonano nel teatro, a tratti sembra quasi che la chitarra lasci spazio alla voce di Frazer, rievocando le magiche atmosfere dei Cocteau Twins di “ Victorialand” . Pulsioni sonore, suoni rarefatti e mai invadenti, morbide ritmiche quasi ad accennare allo scorrere del tempo. Il live prosegue fluido nel suo incedere onirico, in una sorte di suite elettronica e timidi accenni wave, Guthrie sorride agli applausi del pubblico nostalgico e, acclamato a gran voce si ripropone in un bis, soddisfatto e contento della sua performance.
Claudia Mastrorilli

mercoledì 7 novembre 2007

TRAVOLTI DALL’ENERGIA DEI NEGRAMARO IN “LA FINESTRA TOUR”


TeatroTeam di Bari- 6 novembre 2007 – Un tour che non finisce mai. Appena conclusa la trionfale tournèe estiva, un successo da oltre 105.000 spettatori in ventiquattro concerti, i Negramaro si sono riversati nei più prestigiosi teatri italiani per iniziare un tour invernale. Il nuovo tour è partito, il 18 ottobre dal Teatro Filarmonico di Verona, dalla stessa città che li ha accolti l’estate scorsa con un concerto strepitoso, ma stavolta la formazione salentina si ripropone in una veste totalmente diversa. Nel nuovo spettacolo, infatti, il gruppo capitanato dal vocalist Giuliano Sangiorgi, ha scelto volutamente l’esibizione nei teatri proprio per ricreare una dimensione più intima e raccolta. Suonare in acustico, come asserisce lo stesso Sangiorgi, autore di tutti i testi e le musiche dei Negramaro, serve a mettere a nudo le loro canzoni, quasi a ricreare quel magico momento della composizione, con il suo fluire di emozioni e sensazioni. “La finestra tour a teatro”, ha toccato ieri e per la prima volta in una tappa ufficiale, anche Bari in un Teatroteam stracolmo di fan ed appassionati delle melodie e schitarrate della band salentina. I Negramaro, il cui nome è ispirato al rinomato vino pugliese, nascono a Copertino per opera di Ermanno Carlà bassista di Veglie, Emanuele Spedicato chitarrista anch’egli originario dello stesso centro salentino e Giuliano Sangiorgi, considerato la vera e propria anima creativa della band. La formazione iniziale si completa, nell’agosto 2000, con l’inserimento di Andrea Mariano (tastiere e synth), Andrea De Rocco (campionatore) e Danilo Tasco (batteria) per giungere così l’organico definitivo. A salire sul palco con loro, anche il violinista Andrea Di Cesare e la violoncellista Claudia Della Gatta .Instancabili performer, il gruppo salentino comincia a girare l’Italia da Nord a Sud per farsi conoscere, riproponendo il loro sound di rock autorale, rigorosamente cantato in italiano, ma con spiccate influenze anglosassoni (Coldplay, Muse, Radiohead). Finalisti nel 2001 al “Brand New Talent” organizzato da Mtv, nel 2002 incontrano la talent scout Caterina Caselli che li convince a firmare un contratto con la prestigiosa Sugar. Arriverà il debutto con l’album “Negramaro” nel 2003, seguito l’anno successivo, dall’Ep autoprodotto “000577”(codice merceologico del vino salentino). La canzone “Come sempre” viene scelta da Alessandro d’Alatri per lo spot celebrativo dei cinquant’anni della Rai. Ancora concerti come quello del Primo Maggio a Roma e l’Arezzo Wave Love Festival, per poi giungere nel 2005 al grande successo con “Mentre tutto scorre”, album multiplatino il cui brano riproposto a Sanremo (categoria giovani) viene subito eliminato dalla kermesse per poi risultare vincitore del Premio della Critica Radio & Tv.A giugno scorso esce per la Sugar, l’album “La finestra” prodotto da Corrado Rustici e registrato a San Francisco negli studi di Plant Studios. Il singolo “Parlami d’amore”, brano radiofonico e melodico, diventa subito il tormentone estivo, mentre è da poco uscito il secondo singolo “ L’immenso”, una canzone rock dalla fortissima carica poetica . I musicisti totalmente in black look, salgono sul palco poco dopo le 21, ognuno di loro circondato da un variegato parco strumenti : piano rohdes, didjeridoo, organetto diatonico, slide guitar,ecc..Giuliano al centro del palco, seduto al pianoforte per l’apertura, si staglia dinanzi ad una scenografia minimale costituita da un pannello su cui più riquadri creano “finestre” e geometrie che incorniciano i musicisti .Ad aprire il concerto, “ La distrazione ”, a cui fa seguito una bellissima versione solo chitarra e voce di “ Mentre tutto scorre” .Seguiranno, in un crescendo di emozioni, “Come sempre” e “Scusa se non piango” tratti dall’album “000577”, mentre l’atmosfera del pubblico comincia a scaldarsi sempre più fino ad esplodere quando Sangiorgi comincia a cantare la dolcissima “Solo per Te” e “Nuvole e lenzuola” dello scorso cd, preceduta da un particolarissimo intro strumentale eseguito con strumenti etnici. Il concerto prosegue, tra lo stupore e l’entusiasmo dei fan, quasi increduli di ascoltare i loro idoli in una veste totalmente nuova. Giuliano Sangiorgi esprime appieno le sue doti di frontman, , balla e salta sul palco, coinvolgendo il pubblico a cantare insieme. I brani non perdono la loro energia nei nuovi arrangiamenti, anzi si vestono di luce nuova, di una nuova essenza che non fa che dare splendore alla linea musicale e ai contenuti dei testi. Da segnalare ancora le abilità musicali di Andrea De Rocco oltre che nell’uso dei campionatori anche nell’utilizzo strumentale dell’organetto diatonico, rese ben evidenti nell’intro di “Neanche il mare” . Seguiranno ancora tutti i brani dell’ultimo album, per chiudere in scaletta con “Via le mani dagli occhi”, il tormentone “Parlami d’amore”, cantato a squarciagola dal pubblico, ed infine “ E così” .
Claudia Mastrorilli

domenica 4 novembre 2007

Bari - In volo con ' IN SEARCH OF SIMURGH ' dei RADIODERVISH


Teatro Kismet Opera Bari – sabato 3 novembre 2007 – Sul palco: Nabil Salameh - cantoMichele Lobaccaro - chitarre, bassoAlessandro Pipino - tastiere , harmoniumTeresa Ludovico - voce recitante La musica, più di ogni altra forma d’arte, è capace di interarsi con le altre. Un esempio tangibile arriva dalla formazione dei Radiodervish, non più definibile come un gruppo italo-palestinese, ma una vera e propria dimostrazione di realtà musicale di un’Italia multiculturale, aperta alle diverse influenze e suggestioni che arrivano dalle altre sponde del Mediterraneo. Formatasi nel 1997 dal sodalizio artistico tra il neo cittadino italiano Nabil Salameh (voce e chitarra acustica) e Michele Lobaccaro (basso e chitarra acustica), già assieme negli Al Darawish, il duo ha da sempre tratto ispirazione per la composizione musicale da testi letterali, come nel caso di “Rosa di Turi” che prende spunto da una lettera dal carcere di Antonio Gramsci, o di “Due Soli” che si rifà ad un testo del mistico Rumi. Giunti al loro sesto album intitolato “L’immagine di te”, prodotto dalla prestigiosa Radiofandango con la produzione artistica del maestro Franco Battiato, i Radiodervish hanno riproposto ieri in un colmissimo teatro Kismet di Bari, lo spettacolo teatrale “In Search of Simurgh”, tratto dall’omonimo album edito nel 2004 dall’etichetta Il Manifesto. Il live di “ In Search of Simurgh” così come lo stesso progetto discografico, è ispirato ad un classico della letteratura sufi “La Conferenza degli uccelli” (Mantiq at-Tayr), scritto nel XII secolo dal mistico persiano Farid Ad-Din Attar, paragonato per la sua raffinata esposizione poetica e per i contenuti mistici, alla Divina Commedia di Dante, nella cultura occidentale. I Radiodervish, affiancati dalla regista ed autrice Teresa Ludovico, voce recitante dei suoi scritti “Ali di polvere”, conducono con sapiente maestria l’ascoltatore in una dimensione intima e surreale. I versi della Ludovico ben si integrano con le musiche della formazione musicale, in una “suite orientale” ad ampio e profondo respiro nella quale si narra dell’ impresa che trenta uccelli (si-murgh infatti significa trenta uccelli ) decidono di compiere alla ricerca del loro Re, il Simurgh . Un viaggio metaforico che si compie attraversando sette valli : dell’ Amore, della Conoscenza, del Distacco, dello Stupore, della Privazione e dell’ Annientamento per arrivare all’agognato Simurgh , immagine riflessa degli uccelli superstiti del cammino mistico. Aneddoti, racconti e favole erotiche, che dipingono un affresco meraviglioso di un’umanità composita popolata da re e principesse, da bellissimi giovani dal petto d’argento, da fanciulle dal volto di luna, da arcangeli che parlano con gli uomini e sufi poverissimi e pazzi d’amore. La forza immaginativa unita alla profonda spiritualità del racconto di Attar, sono temi ben congeniali alle tematiche di ricerca dell’io dei Radiodervish, da sempre portatori di una contaminazione culturale tesa all’integrazione tra Oriente ed Occidente, integrazione intesa anche come dialogo tra religioni diverse, dove comune è l’esperienza spirituale dell’uomo che cerca Dio, l’invocazione, il grido, lo smarrimento che attraversa tutte le culture e tutti i tempi .Del resto i Radiodervish hanno da sempre saputo fondere parole e musiche in un’alchimia unica ed inconfondibile nel panorama musicale italiano, sapendo integrare le poesie di Adonis alle lettere del carcere di Gramsci, i reportage giornalistici dai Cpt alle confessioni ipotetiche di un kamikaze, proprio per far sì che le due culture possano conoscersi e rendersi note ai più . Le immagini evocative del libro diventano così spunto per le composizioni dei brani dell’album “In Search of Simurgh”, riproposti con arrangiamenti totalmente nuovi, in un magistrale equilibrio tra interventi elettronici ed acustici, dove non mancano momenti lirici come nel canto ispirato al tenero amore tra Layla e Majnun , figure emblematiche degli innamorati nella letteratura orientale, o ancora nell’amore impossibile tra la principessa Amira ed il suo schiavo . Il volo, metafora principale del poema persiano, diventa così il tema conduttore del progetto musicale dei Radiodervish, dove l’Upupa e la Fenice assumono la veste di uccelli chiave della simbologia mistica, per ispirare la dolcissima ed eterea “La falena e la candela” per poi assumere nel brano di chiusura “Cento mondi” le fattezze di un viaggio spaziale . Lo spettacolo prosegue fluido in un sapiente equilibrio di pieni e di vuoti, in un’atmosfera intima e raccolta resa ancora più suggestiva dal progetto luci di Vincent Longuemare.Ultimo brano in chiusura una toccante versione de “L’Ave Maria”, cantata totalmente in arabo, con un interessante intro di chitarra acustica di Michele Lobaccaro, quasi sempre riproposta nei precedenti live con il solo intervento del piano e di un tappeto sonoro di archi sintetizzati . La musica e le parole, giungono lievi al cuore per tracciare un sentiero che porti direttamente alla ricerca spirituale della propria anima, in un’atmosfera eterea e meditativa dove le note dei brani musicali si dispiegano magicamente creando una trama sottilissima e limpida, sui cui diventa facile abbandonarsi e cedere alle più profonde verità dell’esistenza.
Claudia Mastrorilli

giovedì 1 novembre 2007

Lecce - “NON TI VOLTARE” (“Ne Te Retourne Pas”) il film interpretato da Monica Bellucci, Sophie Marceau e Di Stefano.


“Non ti Voltare” (“Ne Te Retourne Pas”) è il titolo della nuova pellicola scritta e diretta dalla giovane regista francese Marina De Van, interpretata da Monica Bellucci, Sophie Marceau e Andrea Di Stefano.Il film è una produzione realizzata da: Ex Nihilo (Patrick Sobelman - Francia) con StudioUrania (Italia), Samsa Film (Jani Thiltges- Lussemburgo) e Entre Chien et Loup (Diana Elbaum e Sébastien Delloye - Belgio). 13 sono le settimane di riprese di cui 4 a Lecce e dintorni. con la collaborazione della neonata Apulia Film Commission, per poi proseguire a Parigi e nel Lussemburgo. Le riprese in Italia sono iniziate lunedì 22 ottobre. La distribuzione internazionale è affidata a Wild Bunch, quella italiana è a cura della BIM.Marina De Van, regista del film, è conosciuta e apprezzata in Francia grazie alle sceneggiature di “Otto Donne” e “Sotto la sabbia” di François Ozon. Inoltre è stata autrice e regista del film “Dans Ma Peau”. In “Non ti Voltare” affronta il tema del “doppio”, giocando su due grandi icone del cinema contemporaneo: Monica Bellucci e Sophie Marceau.LA STORIAJeanne (Sophie Marceau). sposata e madre di due figli, avverte improvvisamente alcuni cambiamenti nella sua vita quotidiana, nella sistemazione della casa e sente che il suo corpo si sta trasformando, senza che nessuno se ne renda conto. Nonostante gli altri minimizzino il suo stato di disagio, attribuendolo alla stanchezza per la scrittura del suo nuovo libro, Jeanne percepisce che si tratta di qualcosa di più profondo. Un giorno, a casa di sua madre, scopre una fotografia che le suggerisce la pista di una donna che vive in Italia. Qui Jeanne, ormai fisicamente trasformata (Monica Bellucci), troverà la soluzione alla sua misteriosa identità.