PHOTOGALLERY by Egidio Magnani

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sabato 25 ottobre 2008

Sannicandro (Bari) - I Radiodervish aprono le porte del cuore con 'Betlemme concert for Life and Peace 2007'


Castello Normanno Svevo di Sannicandro di Bari- 24 Ottobre 2008 –
Secondo appuntamento serale, per il progetto di residenza teatrale dei Radiodervish “ Le porte dell’occidente” realizzato nell’ambito dei “Teatri Abitati” .

I signori della world music, Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, a distanza di dieci anni dal loro disco d’esordio ”Lingua contro lingua”, registrato nel Castello Episcopio di Grottaglie, tornano in un altro sito monumentale della nostra regione, stavolta non solo
per realizzare il loro prossimo album(previsto per fine 2009) ma per vivere realmente e condividere uno spazio, luogo d’ incontro e dialogo tra culture diverse. Una immaginaria “porta”, varco tra due mondi ancora lontani, l’Oriente e l’Occidente, a cui piace pensare come due emisferi cerebrali, armonicamente fusi per creare un individuo equilibrato.

Le “Porte dell’Occidente”, dicono Nabil e Michele, si svilupperà come un grande laboratorio teso ad incrementare un percorso di integrazione ancora lontano ma possibile, e per questo una particolare attenzione va rivolta alle nuove generazioni, più che mai interessate ad affrontare trasformazioni del tessuto culturale e sociale italiano che le generazioni precedenti difficilmente potevano immaginare, mediante seminari e workshop a loro dedicati .
Una nuova umanità, non più immaginata ma reale, dove le culture e le religioni dialoghino tra loro, arricchendosi reciprocamente, nel verbo di una nuova lingua del cuore .

All’interno della sala del Castello, in un’atmosfera intima e raccolta, i Radiodervish, alla presenza del giovane regista barese Pippo Mezzapesa, reduce dal successo all’ultimo Festival di Venezia con il suo primo lungometraggio “Pinuccio Lovero”, hanno accolto con entusiasmo i pochi presenti alla presentazione del documentario “ Betlemme concert for life and peace 2007” realizzato dal regista e da Enzo Piglionica al montaggio.

La pellicola, è stata realizzata con maestria e assoluta dedizione, lo scorso dicembre a Betlemme, in una tre giorni culminata con la partecipazione della formazione barese al Concerto di Natale.
Una sorta di reportage, a metà tra un documentario ed un video clip vero e proprio, dove le immagini dei luoghi santi, intrisi di malinconia e tristezza, scorrono veloci a ritmo della musica dei Radiodervish. Nabil e Michele Lobaccaro, raccontano commossi al pubbico la loro esperienza in un viaggio quasi irreale, a lungo immaginato ma finalmente diventato realtà.

Mezzapesa racconta di quel viaggio velocissimo ma cosi’ denso di significati per lui, dell’incontro e della conoscenza, avvenuta proprio in quei luoghi di Nabil e Michele, “ così difficili da seguire con la macchina da presa” proprio per l’entusiasmo ed il desiderio di conoscere che a volte, li spingeva a muoversi freneticamente. Fotogrammi della popolazione araba, dei mercati caratteristici di quei luoghi, volti segnati dal dolore di una guerra senza speranza, bambini pronti a dimenticare con un calcio di pallone, tra strade diroccate, dove la presenza delle forze dell’ordine è ormai parte della vita quotidiana.

Nabil, visibilmente commosso, racconta la sensazione di “sentire la terra più pesante, perché in ogni mio passo vivevo la storia di un popolo esiliato”, il popolo palestinese, appartenente a quel “mondo degli spettri” a cui egli stesso apparteneva .
Rivivo nell’immaginazione le mie generazioni passate, dice Nabil, “ogni cosa mi sembrava più densa, forse rivivevo nella memoria quel 1948, anno in cui i miei genitori fuggirono da Jaffa “. Una leggera amarezza per essere in un luogo che forse, i suoi genitori, ormai anziani non rivedranno mai più, la sensazione forse “di aver loro rubato qualcosa “.

Mezzapesa, racconta entusiasta, dei vicoli chiaroscurali e dei “volti pasoliniani” incontrati per le strade, del senso di oppressione avvertito dinanzi al Muro del Pianto, algido ed invalicabile, “grigio e desolato, dalla parte palestinese, colorato ed affrescato con murales, da quella israeliana, quasi a voler rimuovere la vergogna di quell’assurda barriera di divisione” . Momenti di intensa emozione sono avvenuti nell’incontro con la cantante israeliana Noa, accompagnata da Zohar Fresco, in un’abbraccio immortalato dalla videocamera di Mezzapesa , costretto a “correre all’impazzata per cogliere al meglio le magiche immagini di quel momento, nel quale per un ’attimo ho avvertito la paura di poter morire , essendo circondati dalle forze militari “.

Immagini non contaminate, testimoni di un mondo a noi lontano, che a volte pensiamo possa esistere solo nelle immagini di un telegiornale, asserisce Lobaccaro, in una “terra di confine, Gerusalemme, dove a pochi metri di distanza convivono la Chiesa della Natività, con il Muro del Pianto e la Moschea di Al Axa , in un intreccio di contraddizioni “ .

La serata prosegue, in un crescendo di emozioni, con la proiezione del videoclip “ Amara Terra mia”, realizzato in Salento con la regia di Franco Battiato e prodotto dalla prestigiosa etichetta discografica Radiofandango (distr.Edel).

Un sottile nesso lega le due pellicole, in due luoghi, apparentemente distanti ma accomunati da quel fenomeno dell’ emigrazione di cui noi stessi nel nostro Sud siamo stati protagonisti, una terra di confine, di approdo per tanti che sperano di trovare in Italia spazi e dignità di vita .

Claudia Mastrorilli

giovedì 23 ottobre 2008

Bari - Livio Minafra, pianista di raffinato talento, ha presentato il suo ultimo album 'La fiamma e il cristallo'


Da ieri è nei negozi “La fiamma e il critallo”, l’atteso secondo nuovo album di Livio Minafra, uno dei più giovani e talentuosi jazzisti che la Puglia possa vantare in questi ultimi anni, pubblicato da Enja.

Presentato negli spazi della libreria Feltrinelli, il giovane autore ha dialogato con il giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno Ugo Sbisà, oltre a cimentarsi nell’esecuzione di alcuni suoi brani tutti di sua composizione contenuti nel nuovo album.

Il titolo del cd, come ha spiegato Minafra, ha un significato specifico.

Per il giovane compositore l’ordine nella nostra vita è difficile da comprendere, mentre nel disordine si trova l’ordine. Ha proseguito nel dichiarare che la personalità di ognuno, più è definita più è complessa e, che pertanto deve essere contrastata per essere completa.

“La fiamma e il cristallo” quindi, è un titolo che sa di caldo e che sa di freddo, sono la testimonianza che per essere se stessi bisogna essere in contrasto con se stessi.

Non a caso ascoltando il disco si potranno percepire atmosfere bianche e altre di un arancio sulfureo. Il suo lavoro è un qualcosa dove non si conoscono i medi ma i contrasti.

Rispetto al primo disco che sembrava più libero questo appare più meditato più ricercato e ponderato. Livio Minafra ha un modo tutto suo di librare i pensieri e le parole, i suoi ragionamenti raggiungono un autismo particolare dove i tempi della musica dettano il suo modo di giocare con essa.

Livio Minafra insieme a Giovanni Allevi ha reso il mondo della musica classica meno concettuale, non è più quel mondo devoto e rivolto all’indietro, ma cerca canali comunicativi con i giovani, il pubblico di oggi. Minafra a detta nostra è un pianista di raffinato talento, contamina i confini tra classica, pop e jazz. Operazione a volte snobbata dai “puristi”, che la considerano troppo commerciale.

Anna Furlan

domenica 19 ottobre 2008

Bari - ‘Lezione Ventuno’ di Alessandro Baricco, un viaggio fantastico per parlare di amore, gioventù e morte


Il secondo appuntamento per la nona edizione di ‘Pellicole a colloquio’ alla Feltrinelli di Bari, vedono l’ eclettico, scrittore, musicista ed ora anche regista Alessandro Baricco accompagnato dal produttore barese Domenico Procacci, per presentare il loro ultimo lavoro cinematografico “Lezione Ventuno”.

Sono le ore 12.00 di un sabato, alla libreria Feltrinelli di Bari, non molta affollata come le altre volte , ma quelle presenti pronte e partecipi a far domande allo scrittore torinese, non sul suo ultimo lavoro, poiché la programmazione del film è prevista il giorno seguente, ma curiosi di conoscere il pensiero di Barrico, come se fosse la bocca della verità e potesse elargire responsi ai loro quesiti esistenziali.

Ma il pensiero filosofico del Baricco si limita a estendere concetti già espressi da altri anche parlando per metafore e quando gli si chiede perché un film incardinato sulla Nona sinfonia di Beethoven lui risponde “perché è una bella storia, ricostruita negli anni e poi perché “senza musica la vita sarebbe un errore (pensiero di Friedrich Nietzsche )”.

Così inizia a spiegare il suo ultimo lavoro cinematografico, un film dove il personaggio, Mandrian Kilroy, un professore universitario inglese eccentrico quanto geniale è impegnato a smontare una serie di capolavori, 141 per l’esattezza, che ritiene non siano stati tali.

Ma la caratteristica del film è che fa perno su piani temporali diversi, e come una macchina del tempo viaggia ora indietro e ora in avanti raccontando storie che confluiscono in un solo film.
Si va nel passato raccontando il pomeriggio del 7 maggio del 1824, quando venne eseguita la prima esecuzione della Nona sinfonia a Vienna.

Si ritorna ai giorni nostro dove Martha, la pupilla del professore Kilroy ormai scomparso dalla scena universitaria, lo cerca per ascoltare dalla sua voce il finale della sua lezione più bella.

A sua volta si intreccia un’altra storia ambientata nel 1824, quella di un giovane musicista, Hans Peters che muore assiderato suonando il suo violino su un lago ghiacciato, mentre per tutta la notte era stato protetto dai folletti della montagna.

“Sono tre vicende che si incrociano con una struttura semplice e fiabesca, grazie soprattutto ai luoghi dove è stato girato il film – prosegue Baricco – che rendono le inquadrature simili a quadri”.

Il mondo creato da Baricco è fatto di immagini meravigliose ricche di atmosfere oniriche, in un mondo che non localizzi e non è un immaginario italiano, composto solo da qualche frase che ti danno il senso del racconto.

Un libro scritto per trarne un film che il produttore Procacci ha colto al volo pensando di produrlo anche per l’estero, infatti il cast è inglese ed è girato in lingua inglese, pertanto non si dovrà ricorrere al doppiaggio.

Protagonista incondizionato dell’ opera cinematografica è la “Musica”, dove oltre ai brani di Beethoven si avrà il piacere di ascoltare pezzi di Vivaldi, Rossini, Strauss ma come si potrà constatare i concetti principali su cui poggia il film, saranno i temi tanto cari a Baricco : la giovinezza, la bellezza, la creatività e la morte.

E le domande che il pubblico pongono a Barrico vertono sui giovani e sul loro futuro incerto.
Ma lo scrittore spiega che il suo lavoro non è un impegno civile ma quello che si sente da dire è già stato detto da Karol Wojtyla “Non abbiate paura” .

Le paure di oggi saranno sicuramente diverse fra 20 anni, ma quelle di oggi sono a cura di un sistema che tende a far avere paura, proponendo le problematiche del clima, delle borse, delle guerre, con il solo scopo di tenerci tutti a bada.
Pertanto quello che Baricco tende a consigliare è “non combattere battaglie che vi consegnano, ma abbiate il coraggio di combattere battaglie vostre”.

“Non arrendersi alla barbarie ma dare un equilibrio alla barbarie”.

Anna deMarzo

domenica 28 settembre 2008

Bari – Vasco Rossi rock star indiscussa e la magia dei suoi brani


“Spinoza diceva che chi detiene il potere spera sempre che la gente sia ammalata di tristezza”. E’ questa la massima evocata dalla grande rock star per dare il benvenuto al pubblico dell’Arena delle Vittorie a Bari. Dopo i raddoppi di Bologna e Torino, Live Nation Italia ha avuto il piacere di annunciare un secondo concerto di Vasco Rossi anche a Bari.

L’appuntamento del 26 e 27 settembre nel capoluogo pugliese ha mobilitato solo per la prima serata circa trentamila persone e per “l’ondata effetto tsunami” il Comune ha predisposto un piano ad hoc per la mobilità, che ha permesso a tutti di raggiungere ordinatamente i luoghi del concerto. Possiamo definirlo “un caos ordinato”; l’evento Vasco Rossi ha seguito l’evento Fiera del Levante in ogni i senso, mobilitando tutto un vissuto al di fuori dell’Arena, prima e dopo il concerto, fatta di venditori occasionai di gadget, camper-paninoteche ambulanti ed altri fantasiosi venditori che sono riusciti, favoriti soprattutto dalle zone rese a traffico limitato, a creare l’atmosfera distensiva e goliardica delle feste di piazza dopo “la vita spericolata” del concerto.

Un pubblico ordinato, composto da targhet variegato ha invaso il prato e le gradinate, giovani e meno giovani, spesso famiglie composte da due tre generazioni, quasi a voler testimoniare la trentennale carriera del mitico e intramontabile Vasco Rossi. Per più di due ore la trasgressiva rock star dal fascino tipicamente italiano, ha tenuto i suoi fan con lo sguardo incollato al palco definito
“Un mostro di ferro vero”. Infatti il palcoscenico su cui Vasco si muove è davvero maestoso, a dir poco spettacolare, ricco di effetti speciali, con due maxi schermi laterali che permettono all’intero pubblico ovunque posizionato di seguire in ogni sua performance l’impareggiabile Vasco.

Ideato dallo studio Gio Forma, è largo 70 metri, profondo 22 metri, alto 25 metri, per un totale di 903 metri quadri di piano calpestabile. Le sue principali caratteristiche sono: un fondale semicircolare che si sviluppa per 42 mt., composto da circa 1000 specchi convessi che riflettono tutto ciò che c’è intorno.

Di altissima tecnologia i 2 megaschermi ad altissima definizione di tecnologia MiStrip che rimandano le immagini dal palco e per finire1 gigantesco anello ellittico centrale sospeso in aria, composto da 300 barre MiStrip luminose per effetti ed immagini dall’alto; 2 passerelle semicircolari laterali, lunghe 20 metri che materialmente e non solo metaforicamente entrano fra il pubblico, “ per abbracciare gli spettatori”, facendoli sentire come se fossero tutti sul palco. Ma non è finita! Il tocco di magia finale viene dato dal gioco di luci, studiate dal light design Giovanni Pinna che riesce a creare un effetto alquanto surreale.

E’ uno spettacolo potente, di rock duro, molto coinvolgente. Vasco Rossi dal palco trasmette al suo pubblico la sua solita rabbia e incredibile forza, coadiuvato anche dalla sua storica band ai massimi livelli di energia e affiatamento.

Come in ogni concerto di Vasco anche qui c’erano tutti gli ingredienti che rendono la partecipazione all’evento – concerto un’esperienza straordinaria ed irripetibile per i tantissimi fan e non solo… Infatti anche chi per la prima volta fa questa esperienza senza dubbio ne esce partecipe. Sicuramente qualcosa di speciale contribuisce in modo particolare a rendere la partecipazione indimenticabile. L’”Approccio nichilista”, continuamente dimostrato da Vasco Rossi, produce sempre il suo fascino, soprattutto perché dettato da un convincimento interiore, che sempre coinvolge il pubblico.

L’incipit è “Qui si fa la storia”. Fin dai primi rintocchi si percepisce che non dà un attimo di tregua. In una strana serata di fine settembre dalla temperatura quasi invernale, con un cielo plumbeo che minaccia pioggia per l’intera durata del concerto, tiene tutti con il fiato sospeso dal primo all’ultimo brano. La scaletta si compone di più di 30 brani, che tengono conto dell’anima e del ritmo di tutta la produzione di Vasco. Le nuove canzoni, ci sono tutte, o quasi tranne “Non vivo senza te” e “Ho bisogno di te”.

Tutto il repertorio è abilmente collegato alle tematiche che più frequentemente si ripetono nelle sue canzoni e ci fanno vivere la vera anima di questo artista, che lo rende nei confronti del tempo inossidabile. Lottare contro l’ipocrisia, l’intolleranza, i limiti alle libertà individuali, l’indifferenza e contro tutto ciò che ci propina passivamente la televisione e la civiltà dei consumi, è e continua ad essere il fulcro e l’ingrediente fondamentale della “poesia” di Vasco, che ancora riesce a farci sognare “una vita spericolata” fuori dalla quotidianità.

Non è stata casuale la scelta di brani come “T’immagini” e “La Noia” particolarmente attinenti a “Il mondo che vorrei” , di grande attualità in una società come la nostra in cui i meccanismi più perversi che tengono in piedi la mondanità non tendono certamente a trasformarsi in positivo. Infatti canzoni come “Non appari mai”, “L’uomo che hai qui di fronte” e “Gli spari sopra”, ci dimostrano la continuità e la coerenza dell’artista nel suo percorso canoro.

E ancora…. brani di grande intensità come “Un senso” e “Sally” e poi ….momenti puramente ricreativi, tra sesso e rock’n roll, con canzoni come “Gioca con me”, ultimo singolo per le radio.
Per congedare il suo pubblico Vasco propone una “Vita spericolata” che canta in versione acustica, pianoforte e voce ed infine l’indimenticabile “Alba Chiara”.

Dopo trenta lunghi anni di carriera e i traguardi raggiunti, tutti cercano di comprendere il segreto di tanta longevità artistica da ritrovarsi sicuramente nella disarmante semplicità con cui Vasco si rivolge fin dagli esordi al suo pubblico: “Io nella musica sono onesto e sincero, dico cose che altrimenti non direi neanche all’amico più fidato.”

Maria Caravella

domenica 14 settembre 2008

Bari - Il silenzio della musica immortale di Ennio Morricone


In una Feltrinelli gremita ed incuriosita, il maestro Ennio Morricone, vera e propria icona della musica internazionale, ha incontrato questa mattina il pubblico barese, ad anticipare il concerto previsto per questa sera presso l’Arena della Vittoria annullato purtroppo per danni strutturali e strumentali dovuti alle avverse condizioni atmosferiche.

Visibilmente commosso ed emozionato ha regalato momenti di intensa emozione, rispondendo con straordinaria generosità ed umiltà alle domande che il prof.Pierfranco Moliterni (docente di Storia della Musica all’Università di Bari) gli ha posto, a partire dai suoi esordi musicali a Roma, dove si diplomò in tromba, strumentazione per banda e composizione (con Goffredo Petrassi) al Conservatorio di Santa Cecilia e dove mosse i suoi primi passi artistici facendosi notare per il suo incontenibile talento dal grande Nino Rota, ma anche da Raffaele Gervasio e Dino Asciolla.

A quei tempi, come asserisce lo stesso maestro, “ bisognava lavorare anche come arrangiatore, e questo mi ha formato ulteriormente come musicista a tutto tondo, applicandomi nello studio della musica da camera “. Non va dimenticato che il Maestro Morricone insieme all’altro Premio Oscar Luis Bacalov (Il Postino) per diversi anni sono stati gli arrangiatori dell’RCA etichetta discografica nella quale militavano artisti come Morandi, Paoli, Tenco e Dalla.

Ma il legame con la nostra terra, si rafforza nel 1990, al festival Time Zones (del quale è presidente onorario) con un indimenticabile concerto al teatro Petruzzelli. E proprio ricordando il maestro Nino Rota che il professor Moliterni chiede “ come si fa a conciliare la scrittura della cosiddetta musica da film con quella “ assoluta” ?
Esiste una profonda divergenza tra le due, anche se non esiste una musica di serie A ed una musica cosiddetta minore, asserisce il compositore : la musica da film è complementare ad un’altra opera, quella cinematografica, e per questo deve essere soggetta ad alcuni particolari vincoli storici e dettati dalle esigenze ben precise del regista, che va per questo rispettato,

e ben difficilmente può restare autonoma . La musica “ assoluta” rappresenta invece la necessità primaria che ha il compositore di esprimere il suo mondo interiore, la sua urgenza primaria di voler comunicare agli altri una propria idea “. E per i primi dieci anni della sua intesa attività artistica ( 50 anni di carriera e più di quattrocento colonne sonore e cento composizioni di musica assoluta ), Morricone si è cimentato prevalentemente nella scrittura cinematografica per poi tornare all’essenza della composizione musicale, quasi a voler “ rispondere “ ad alcune esigenze musicali di musicista integrale e a cercare una nuova strada di “ riscatto” ai condizionamenti esterni.

Un’altra novità, come lo stesso Moliterni asserisce, è quella dell’ introduzione di strumenti solisti quali la viola ed il flauto di Pan, magistralmente suonato da Gheorghe Zamfir in alcuni celebri brani di “ C’era una volta in America”, idea nata proprio dalle immagini flash back del protagonista nell’età giovanile e poi diventato vero e proprio leit motiv dell’ intera colonna sonora, a sottolineare le scene di violenza del film .

Ma momenti di intensa emozione sono sopraggiunti quando, illustrando la pubblicazione del suo ultimo disco e dvd “ Note di Pace” ( registrato lo scorso anno in piazza San Marco a Venezia) , il musicologo gli ha chiesto di spiegare la nascita della composizione “ Voci dal Silenzio” presente nel disco. “ Il brano fu scritto dopo la strage delle Twin Towers - ricorda Morricone – ed io mi trovavo in studio di registrazione per terminare le incisioni della colonna sonora “ Il gioco di Ripley” di Liliana Cavani . Volevo ricordare quel terribile momento ma poi mi resi conto che era riduttivo ricordare solo quella tragedia a cui i mass media diedero già così tanto risalto, per questo decisi di dedicare la mia composizione alle vittime di tutti i disastri della storia, spesso dimenticati. In “ Le voci dal Silenzio” si odono infatti lievemente alcune voci lontane.

Sono le voci dei popoli abbattuti dal colonialismo di cui oramai non si fa più memoria. La musica ha il grande compito di indurre una riflessione più profonda affinché non accadano più tragedie di questo genere.” Alcune lacrime solcano il viso del maestro ed il pubblico, si scatena in un fragoroso ed interminabile applauso. Spazio poi, alle numerose domande del pubblico, tra cui l’interessante intervento del compositore Salvatore Sica riguardo l’utilizzo dei campionatori nella musica moderna a volte dettato da esigenze economiche. “ Non ho mai avuto pregiudizi sull’ uso di certe macchine, anche se ritengo sia inutile l’utilizzo delle stesse come sterili riproduttori di strumenti acustici, la cui timbrica ed il cui calore risultano essere per alcune caratteristiche dello strumento stesso inimitabili.

E’ invece più interessante l’uso creativo delle stesse, con l’invenzione di suoni innovativi da introdurre anche in ambito compositivo. In ogni caso non bisogna dimenticare mai, anche quando non si ha a disposizione un’ orchestra vera e propria , la scrittura musicale orchestrale “ .

Ennio Morricone, saluta così il suo pubblico concedendo, autografi e stringendo le mani di coloro che hanno avuto l’onore, solo per un’attimo, di avvicinarlo .

Claudia Mastrorilli

Bari - Cinema in libreria. A Bari si può. Ferzan Ozpetek, Isabella Ferrari, Domenico Procacci 'Un giorno perfetto'


Cinema in libreria. Da anni a Bari si può.

Con la rassegna “Pellicole a colloquio” diretta da un cinefilo di grande passione per la settima arte, Angelo Ceglie, è possibile interagire con incontri sempre emozionanti con attori, registi e produttori.

Ad aprire il mese di settembre per giungere così al suo nono appuntamento annuale è stata la volta di un film che ha presenziato alla poco passata rassegna cinematografica della Mostra di Venezia: “Un giorno perfetto”, pellicola tratta dall’omonimo libro della scrittrice Melania Mazzucco, la quale ha lasciato i diritti d’autore al produttore pugliese Domenico Procacci.

Come i leoni di Davide Ferretti hanno visto sul red carpet la presenza di Isabella Ferrari e del regista Ferzan Ozpetek, anche la Feltrinelli di Bari ha ospitato il regista e l’attrice con la presenza silenziosa del produttore Domenico Procacci lo scorso venerdì. Giunti in orario, i protagonisti si sono prima concessi ai microfoni di televisioni private e giornalisti di carta stampata, poi ad un pubblico che pazientemente ha atteso le varie formalità di circostanza.

Ferzan Ozpetek si è presentato per la prima volta, utilizzando un soggetto, una sceneggiatura già scritta. Ha interagito per i primi venti minuti dell’incontro con la giornalista Antonella Gaeta (Repubblica), la quale ha percorso le tappe della nascita, dell’uscita e delle emozioni che il film insindacabilmente trasmette. Il regista, non nuovo ad una sua presenza a Bari, lo fece con il suo “Saturno Contro”, solo l’anno scorso, ha confermato le sue emozioni e la sua voglia per un film che si allontanasse da una storia da lui stesso raccontata ma che si rifacesse ad una storia scritta da altri.

Il rapporto con la scrittrice Mazzucco, ha spiegato, è stato prolifico a livello intellettuale, e la stessa scrittrice in un primo momento temeva di vedere un film che seguisse di pari passo il suo libro, invece ho visto sullo schermo “Un giorno perfetto” di Ozpetek. È stata la volta dell’attrice Isabella Ferrari, avvenente nella sua semplicità, la quale si ritrova con due film all’attivo in sala, non scordiamo “Il seme della discordia” di Pappi Corsicato, anch’esso reduce dal red carpet veneziano. Due film che vedono due interpretazioni diverse e contrastanti e a parere di molti l’ultimo film citato non renderebbe merito ad un’attrice versatile e sempre emozionante nelle sue varie interpretazioni.

Al di là di tutto è apparsa una Ferrari serena, dolce e che nel suo amare tutto, ama anche quello che il regista gli chiede, come ha raccontato, cercando di riuscire a far parte del suo mondo il più possibile. Una Ferrari che è riuscita a capire l’intento di Ozpetek con il suo lavoro: riuscire a far arrivare il sentimento attraverso il silenzio, gli occhi, attraverso una recitazione molto misurata, molto sofisticata. Un pubblico attento che non ha reso una libreria sotto assedio, ha atteso che la parola fosse poi rivolta a loro con domande, giunte puntuali, dalle più strane, alle più sincere, come quella posta da una giovane ragazza circa il suo rapporto con la morte.

Domanda che ha spiazzato il regista costretto a rispondere in modo evasivo per poi celarsi dietro un “non so”. C’è da dire che alla fatidica domanda, quanti avessero visto il film, ci sono state molte mani alzate, ma nessuno ha posto domande specifiche ai protagonisti. A conclusione si è passato agli autografi di rito, chiesti da una Isabella Ferrari, quasi fosse un diritto da parte di quanti fossero andati lì per apprezzarla.

Anna Furlan

domenica 7 settembre 2008

Bari - 46 artisti, 26 scrittori con la loro creatività per la Mostra multimediale “Verde”


Zona piazza del Ferrarese a Bari, una delle piazze più attive, a livello locale, in fatto di creatività nell’ambito dell’arte e della cultura.

Un “distretto” in crescita, che cerca di ampliare i propri orizzonti ospitando iniziative artistiche e culturali. Così per la Mostra multimediale “Verde”, progetto curato da Gianni Leone, Daniela Corbascio e Marina Losappio, promossa dall’associazione culturale Incipit con il contributo del comune e della provincia di Bari, visitabile fino al 28 settembre, nata per valorizzare la giovane arte portando artisti e installazioni nei locali compresi tra piazza Ferrarese e piazza Mercantile.

L’iniziativa prevede un percorso che riguarda il “Verde”, colore complementare assai discusso nell’ultimo anno (dall’anima verde sono stati i corti presentati nella sesta edizione del Film Festival Internazionale Cortometraggio Salento Finibus Terrae lo scorso 27 luglio e verde è stato il colore di cui si è tinta l’ultima edizione del Cosmit di Milano, la più importante piattaforma al mondo dedicata al settore del design e dell’arredamento), coinvolgendo fotografia, video, scritture e installazioni.

Quarantatre artisti insieme a 26 scrittori, interpretano il concetto del verde e lo analizzano come Joseph Beuys ha tramandato: “abbiamo il dovere di mostrare ciò che abbiamo prodotto con la nostra creatività”. Tutti gli artisti della collettiva riescono a suscitare emozioni, stupore, ammirazione per l’originalità, la cura dei particolari o semplicemente per la loro maestosità. Emozioni che si provano guardando la foto di Paola Trizio: “Spine 2008”. Una donna in stato interessante, dal rigore formale e struggente bellezza; le sue braccia stanno per svelare nel chiarore di un controluce, caricato ma gradevole, un qualcosa di nobile, che non disdegna carezze e che fa presagire da quell’edera di luci verdi (unico colore) poste sul suo seno, abbandoni d’amore contenuti nel gesto del suo accarezzarsi il nucleo dove è stato concepito il seme della vita; “l’alga che adesso culla quest’onda” come scrive mirabilmente Maria Paola Porcelli nel suo racconto “Verde è” a latere dell’immagine della Trizio.

Ammirazione per l’originalità nell’installazione di Giampiero Milella: “Fotosintesi clorofiliana”, foglie di fichi d’india attaccati a flebo dal liquido verde e al “No entry”, un’installazione polimaterica di Annamaria Ippolito, carica di una certa sacralità in quella linea verde posta a confine con l’orizzonte. Cura dei particolari per Manuela Lorusso e la sua foto “Shad 2004”, Miki Carone con l’installazione “Libellule, 2008” e “Virdis Nostrum, 2008” foto malinconica di Francesco Mezzana, che ci riporta agli umori conturbanti e oppressi della “La Chambre” di Balthus.

Stesso senso di malinconia riscontrabile nell’opera di Gianni Leone, fotografo trentennale, in: “Senza titolo, 2008”, dove il verde con venature nere si stagliano in ondeggianti superfici silvestri, riconducibili al più tenebroso percorso dantesco della sua Divina Commedia. Stupore misto ad amarezza, perché forse ci si aspettava un qualcosina in più, per quanto riguarda l’opera di Iurilli: “Nilo Verde, 2008”, un olio su carta. Stupisce anche l’installazione di Giuseppe Teofilo: “Senza titolo, 2008”, 13 bottiglie in vetro poste a semicerchio, illuminate all’interno da altrettante tredici lampadine, idea ingegnosa ma sibillina.

Questo è “verde”, un’insieme chiassoso e discreto, irriverente e, al contempo, devoto alla nobile utopia modernista secondo la quale l’arte può relazionarsi direttamente con la quotidianità, migliorando la vita di tutti. Una nobile utopia modernista che ritroviamo nei cinque video installazioni di Francesco Schiavulli. Per l’artista il verde diventa veicolo di dramma e sofferenza, egli preferisce offrire un’interpretazione più concreta, dispiegando un’opera di forte impatto emozionale, fresca ed intensa nello stesso tempo. La sua è quasi una “video-pittura”, dove è consentita soltanto un’esperienza frammentaria, si potrebbe accostarlo al poeta americano Cummings, per il modo in cui schiude la vita a una forma di serietà superiore. Un mondo nel quale l’uomo è portato ad approfondire se stesso, a sviluppare i propri drammi nativi.

Schiavulli sembra possedere una ferita entro la quale idee, influssi, suggerimenti provenienti da ogni dove si accumulano, dopo essere stati preventivamente assimilati, adottati alla sua personalità. L’artista sorprende sconvolgendo, la sua arte è un eccentrismo domestico; il suo umorismo e bizzarrie, una volta decifrato il suo linguaggio conturbano rassicurando. La vera audacia dell’artista è la sua modestia, una modestia che gli fa assumere e condurre a termine l’impresa di tramutare pressoché qualsiasi cosa in arte. Ogni opera sottolinea esibizioni ed esibizionismi.

Ma nel verde ci hanno insegnato Goethe, Itten, Klee, Mondrian, Delacroix, si trova il giallo e il blu; questo è il risultato del verde, tutto il resto è fantasia, improvvisazione, a volte incapacità. “Siamo liberi, il sole è caduto a terra rotolando. Il cielo è altissimo senza dolore”, Paolo Comentale in “Verde”.

Anna Furlan