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giovedì 19 novembre 2009

Bari - 'Mafiopoli' - Resistere al potere della mafia, l’esempio di Peppino Impastato


“Mafiopoli” è una parola che ha coniato Peppino Impastato, giovane siciliano ucciso dalla malavita organizzata il 9 maggio 1978.

Chissà quante volte l’avrà ripetuta dalle frequenze di radio “Aut” quando sferzava una violenta satira nei confronti della criminalità locale. Lui era così: coraggioso, assetato di giustizia e libertà, fiducioso in un mondo diverso. Il suo esempio è ben impresso in “Resistere a Mafiopoli”, libro che Giovanni Impastato ha scritto con il giornalista Franco Vassia raccontando la storia di suo fratello. Lo ha presentato ieri alla libreria Laterza di Bari in un incontro moderato dal giornalista Roberto Leone cui ha partecipato anche Alessandro Cobianchi dell’associazione “Libera” di Bari.

C’è bisogno di rinnovare sempre la memoria di figure come Peppino Impastato. La sua voglia di partecipare, discutere e lottare contro la mafia contiene un messaggio di grande attualità.

“La vicenda di Peppino – ha detto il fratello – è un caso di rottura vera e propria perché lui si è ribellato alla criminalità organizzata all’interno della sua stessa famiglia”.

Il libro inquadra il contesto di quegli anni: quello piccolo di Cinisi, paese in provincia di Palermo, con le sue logiche mafiose e quello più vasto del rock e delle lotte pacifiste, dei grandi ideali, delle contestazioni studentesche e operaie, dei primi raduni musicali. Un punto di svolta nella vita di Peppino è rappresentato dalla morte dello zio Cesare Manzella, ucciso dalla prima autobomba nella storia della mafia. Da lì “finisce per me l’infanzia e per mio fratello l’adolescenza – ha aggiunto Giovanni Impstato - la nostra vita familiare serena e tranquilla cambia d’improvviso e inizia il dramma umano”.

Il rifiuto che oppongono alla mafia spacca dall’interno la loro famiglia e conduce Peppino verso un tragico destino.

Nonostante siano passati 30 anni dalla sua uccisione, la criminalità si è evoluta ma esiste ancora, l’informazione non può dirsi libera e con la politica è difficile dialogare. Basti pensare al difficile percorso per ricostruire la morte di Peppino Impastato e individuare in Tano Badalamenti il responsabile dell’omicidio.

“Non ci siamo mai arresi ma abbiamo continuato a cercare la verità nonostante i depistaggi e le notevoli difficoltà”. Sono stati tutti uccisi i magistrati che hanno indagato su questa vicenda, da Gaetano Costa a Rocco Chinnici fino a Giovanni Falcone. “Hanno invece fatto una carriera d’oro tutti quelli che al contrario hanno ostacolato l’inchiesta” ha aggiunto amaramente Giovanni Impastato.

Ma esempi di “ambiguità” politica sono anche più recenti. Due i casi su tutti: la decisione della giunta comunale di Ponteranica in provincia di Bergamo di togliere l’intitolazione della biblioteca a Peppino Impastato (“un crimine politico perché proprio del progetto leghista, reazionario e razzista” secondo Giovanni Impastato) e l’emendamento alla finanziaria approvato qualche giorno fa che stabilisce la possibilità di vendere all’asta i beni confiscati ai mafiosi (norma contro cui, come dichiarato da Alessandro Cobianchi, l’associazione Libera ha intenzione di intervenire).






Al grande pubblico la figura di Peppino Impastato è arrivata grazie a “I cento passi”, film straordinario di Marco Tullio Giordana. Il libro, sotto forma di intervista, ripercorre tutta la vicenda del giovane siciliano, gli anni di forte cambiamento e di grandi ideali in cui è vissuto, la sua partecipazione

Daniela Vitarelli

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