PHOTOGALLERY by Egidio Magnani

lunedì 28 gennaio 2008

Bari - Sergio Vespertino in "Petrafennula"


Il dolce è servito.

Potremo definirlo così lo spettacolo presentato in questi giorni al Teatro Abeliano di Bari per la rassegna TAM (Teatri d’Arte Mediterranei) con il bravissimo attore palermitano Sergio Vespertino, che ha entusiasmato il pubblico il quale ha applaudito non come consuetudine al termine dello spettacolo ma durante lo stesso per far intendere che apprezzava quello che ascoltava ma soprattutto per ricompensare la bravura dell’attore che ha trascinato lo spettatore nel vortice dei vizi e ansietà della vita quotidiana di tutti noi, ridendoci sopra.

Perché il dolce è servito?
Perché il titolo dello spettacolo “Petrafennula” è il nome di un tipico dolce siciliano ormai desueto, a base di miele, timo, cedro, dalla caratteristica di essere duro come la pietra ma dolce al palato e per poterlo mangiare occorre tenerlo in bocca per molto tempo fino a che si sciolga.
Un dolce che per apprezzarlo e degustarlo occorre avere pazienza, questa disposizione interiore che sembra non appartenerci più perché travolti da una vita frenetica.

Così dall’allegoria di questo dolce siciliano, Sergio Vespertino, accompagnato dal musicista fisarmonicista, Pierpaolo Petta, porta lo spettatore in un viaggio immaginario fatto di parole, parole che possono essere a volte dolci e a volte amare.

Siamo ormai circondati da parole ed ha pertanto voluto rappresentare la scena con una parete di fogli di giornali.
Giornali che accumulano parole, mentre la gente ha bisogno di fatti, appunto per questo si può dire che le parole non sono altro che le disillusioni dei fatti.

Sergio Vespertino, palermitano di nascita, parla delle disincanti dei siciliani, che vengono presi in giro da “Roma”, tanto da non sentirsi isolani ma “isolati” ed immagina la sua Sicilia come un’isola pedonale, l’isola c’è, i pedoni pure, con passanti che non corrono ma che camminano e si soffermano sviluppando l’occhio osservatore, apprezzando quello che li circonda, perché camminare apre la mente.

Vespertino non si sofferma sui disinganni siciliani, ma anche sulle ansie, vizi e tradimenti di tutti noi, propone uno spettacolo che invita al cammino senza correre, anche se le sue battute sono incalzanti e come una mitraglietta spara con ironia sulle nostre debolezze ed incertezze facendoci ridere e sorridere a volte con l’amaro e a volte con il dolce, proprio come la Petrafennula.

Anna deMarzo

sabato 26 gennaio 2008

Bari – Gino Paoli e i Fantastici Quattro … Rea, Rava, Bonaccorsi, Gatto


Novità assoluta per la Camerata Musicale Barese che ieri sera ha presentato all’auditorium della Guardia di Finanza di Bari Gino Paoli per un insuperabile ‘incontro jazz’.

Non hanno bisogno di presentazioni, ma solo di essere ascoltati, Gino Paoli intramontabile cantautore e raffinato interprete di un linguaggio denso di poesia e sentimento che per questo appuntamento dismette il suo abito tradizionale e lega la sua voce ad un insuperabile quartetto jazz d’eccezione tutto italiano.

Danilo Rea, pianista incredibile, motore creativo negli arrangiamenti e negli assoli superlativi , Enrico Rava, con la sua tromba è forse il musicista Italiano più apprezzato a livello internazionale, dotato di un lirismo e di una creatività unica, Roberto Gatto si distingue oltre che per un interessante ricerca timbrica, e un impeccabile tecnica esecutiva, da un grande calore tipico della cultura mediterranea rendendolo uno dei batteristi e compositore più interessanti in europa, Rosario Bonaccorso un musicista di grande comunicazione , dotato di uno spirito improvvisativo originale, uno stile che ci riporta alla tradizione dei grandi bassisti della musica afroamericana rivisitato con freschezza, grande maturità e personalita'.

Un evento ‘live’ dove gli accordi, la musica, i suoni la fanno da padrone, dove alcuni tra i brani più celebri di Gino Paoli vengono spogliati di volta in volta per essere poi rivestiti di tessuti differenti e pregiati, talento e personalità.

‘Time after time’ un classico del jazz apre la serata trasformato in un gioiello dalla voce di Paoli, subito dopo il grande successo ‘Sapore di mare’, ad una super swingante ‘La Gatta’, e ancora senza un attimo di pausa ad ‘Vivere ancora’, ‘I fall in love’ alla stupenda ‘Senza fine’, e non si fermano, si alternano contribuendo ognuno con la propria creatività ed estro a personalizzare ogni brano.

‘Quando’, ‘Che cosa c’è’, ‘I shold care’, la toccante e drammatica ‘Sassi’, e la canzone che fa sognare ‘Il cielo in una stanza’, una pausa, tocca a Roberto Gatto presentare i suoi amici ricordando simpaticamente l’imitazione che recentemente Fiorello ha introdotto nel suo repertorio di un grande trombettista di nome Fava (Enrico Rava), e immancabile e a gran richiesta i bis che con ‘My funny Valentine’ e ‘Una lunga storia d’amore’ hanno chiuso una splendida e indimenticabile serata di musica ad alto livello.

giovedì 24 gennaio 2008

BARI – Il tocco inconfondibile di Toni Servillo ... in scena la 'Trilogia della villeggiatura’


Tre ore appassionanti e coinvolgenti quelle che hanno allietato, ieri sera, il pubblico del Teatro Piccinni di Bari. In scena: ‘Trilogia della villeggiatura’ opera goldoniana che si presenta con un testo affascinante e compiuto degno dell’autore.
A curarne magistralmente la regia è Toni Servillo che imprime ad ogni spettacolo, interpretato o coordinato, un tocco inconfondibile.

Dal nome stesso dell’opera si evince che lo spettatore si trova davanti ad un susseguirsi di eventi suddivisi in tre momenti fondamentali: i preparativi per la villeggiatura, la permanenza in campagna e il ritorno in città.

E’ il racconto di Giacinta, Leonardo, Vittoria e Guglielmo e della loro educazione sentimentale così triste e confusa.
Sono colti e analizzati nel momento dei preparativi per la tanto attesa villeggiatura in campagna, di qui si susseguiranno una serie di intrecci amorosi che coinvolgeranno tanti altri personaggi.
Nella seconda parte si giunge in villeggiatura ma le smanie continuano e il turbinio che avvolgeva tutti i protagonisti si fa sempre più incalzante. Nulla si risolve neanche quando tutti ritornano in città (terza parte) dove, anzi, tutto si complica…

Un’ analisi perfetta dell’uomo medio, dei suoi drammi d’amore e che con le sue manchevolezze e le sue miserie caratterizza una classe tipicamente borghese. Un testo geniale, divertente e realistico quello di Goldoni che è messo in scena in modo eccellente da Servillo. La regia è, infatti, incalzante, segue dei ritmi mai troppo veloci ma scorrevoli riuscendo a riportare quasi interamente l’opera originale.
Piacevole anche il continuo cambio di scena direttamente davanti al pubblico, senza l’uso del sipario quasi per far penetrare maggiormente lo spettatore nella storia.

La ‘trilogia’ per tanto si pone come racconto di una vacanza della vita che si rivela un contenitore di angosce, noie, isterie della vita stessa, e la bravura e la passione di tutti gli attori esalta maggiormente questo messaggio… tanto triste ma tanto realistico.
Toni comici, tragici, disperazione e rassegnazione..tutto racchiuso in uno spettacolo coinvolgente che ci regala un Servillo ironico e cinico.

Alla fine si resta con l’amaro in bocca, una malinconia latente che però è spesso dovuta solamente alle nostre strane e azzardate scelte.

Luana Martino

mercoledì 23 gennaio 2008

Bari - Il respiro musicale dei FABULARASA in ' EN PLEIN AIR'


Presentazione album “En Plein Air”
Feltrinelli Libri & Musica di Bari- 22 gennaio 2008-


“Dalla rincorsa di una brezza adolescente” ecco finalmente uscire l’attesissimo album d’esordio della formazione barese dei Fabularasa, “En plein air”, pubblicato all’interno del catalogo “Radar” della Egea, prestigiosa etichetta attiva da anni nel settore jazz e della musica d’autore italiana.

Il progetto Fabularasa, nasce a Bari nel febbraio 2004 dal sodalizio artistico di quattro musicisti provenienti da esperienze e percorsi musicali differenti: Luca Basso alla voce, Leopoldo Sebastiani al basso elettrico, Aldo De Palma alle chitarre, Giuseppe Berlen alla batteria e percussioni.

L’incontro delle differenti personalità artistiche crea un laboratorio artigianale di suoni all’interno del quale la passione per il jazz, la curiosità per le musiche del mondo e per i ritmi ed i suoni del Mediterraneo ben si sposano con la ricercatezza e la profondità dei testi dell’ottimo paroliere Luca Basso (ex voce dei Funambolici Vargas). Le sue liriche, sono state più volte oggetto di lusinghiere attenzioni da parte di importanti scrittori quali Dacia Maraini, Michele Serra e Fernanda Pivano tanto da essere definito “lo scrittore che canta”. Queste sue qualità compositive ben si evidenziano nei due brani dell’album (“Dolenda Carthago” e “Il diario di un seduttore”) in cui Basso si avvale della collaborazione dello scrittore e regista teatrale Stefano di Lauro.

La scrittura di Luca Basso, dai contenuti estremamente personali, affronta temi di ispirazione più intima come nei brani “Il campo dei girasoli”, “Case Portoghesi” e “Lontano amore”, e di impegno civile come nella splendida “Fiorile” dedicata alla Liberazione dell’Italia (Premio Musicultura- XVI edizione Premio Recanati 2005), “Al Safar”(il cui tema centrale è l’immigrazione) e “Allende” (Premio Amnesty 2004).

Canzoni schiette, levantine, dal sound solare confezionate con perizia quasi sartoriale dai quattro componenti della formazione, in cui affiora un nuovo modo di intendere la musica italiana e la canzone d’autore.

A presentare “En plein air” alla libreria Feltrinelli di Bari (gremita come sempre da un numeroso pubblico di appassionati), il giornalista e critico del Corriere del Mezzogiorno Fabrizio Versienti che ha illustrato con grande enfasi l’ambizioso progetto discografico della formazione barese, frutto di ben tre anni di lavorazione (tra scrittura dei brani e produzione in studio). Versienti ha anche evidenziato l’intervento di autorevoli collaborazioni internazionali, come il geniale polistrumentista degli Oregon Paul Mccandless, nonché la preziosa presenza dell’armonicista Bruno De Filippi (collaboratore di Pino daniele), del flautista Nicola Stilo e del cantante e suonatore di oud, l’algerino (barese d’adozione) Abbes Boufrioua.

Il frontman del gruppo nel presentare il nuovo progetto, appare visibilmente emozionato: “Sono un grande “divoratore” di libri e musica –afferma Basso- per questo frequento abitualmente questa libreria. Per questi eventi, invece, mi capita spesso di essere dalla parte del pubblico e non come protagonista”.

Con la sua voce dalla timbrica calda, ricorda per certi versi il maestro Ivano Fossati, intona il primo brano in scaletta “Una giornata serena”, ispirato all’immaginaria passeggiata sul lungomare di un anziano signore il giorno della caduta di Punta Perotti. Seguono la bucolica “Il campo dei girasoli”, un brano dalle grandi aperture armoniche ben sostenute dalla ritmica di Ottolino, e “Allende” dedicata per l’occasione al neo eletto Assessore alla Cultura Fabio Losito, con il quale Basso collabora alla stesura dei testi per la formazione dei Folkabbestia. Un omaggio al grande Jannacci con una personalissima versione di “Giovanni Telegrafista”(seconda cover dell’album insieme a “Vecchio frac” di Domenico Modugno), “Al safar” e la fortunata “Fiorile”, vero gioiello di composizione ed arrangiamento.

Applauditi a gran voce dal pubblico i Fabularasa concedono due bis: “Diario di un seduttore” e nuovamente “Il campo dei girasoli”.

Un esordio decisamente brillante quello dei Fabularasa, il cui sound rappresenta la sintesi di un nuovo modo di concepire la canzone d’autore attraverso le contaminazioni di jazz, etno e fusion, ma che non dimentica le lezioni dei grandi cantautori del passato (in primis Fabrizio De Andrè con la Premiata Forneria Marconi).

Claudia Mastrorilli

BARI – Teatro Piccinni: ‘8 donne e un mistero’


Siamo nella campagna francese innevata e momentaneamente isolata. E’il Natale del ’50 e otto donne si ritrovano costrette a condividere le stesse mura. Scenario perfetto per l'assassinio del padrone di casa, unico uomo in mezzo a otto donne molto diverse tra loro, tutte ugualmente sospettate in quanto potenziali assassine, tutte però con un alibi di ferro.
E’ così che, tra equivoci e intrighi, è andato in scena, ieri sera al Teatro Piccinni di Bari, ‘8 donne e un mistero’ tratto da una storia di Robert Thomas e riproposto nel 2002 in versione cinematografica con la regia di Francois Ozon.

Per la rappresentazione teatrale è Claudio Insegno che riesce a coniugare ‘otto donne' tra le quali emergono i nomi di: Caterina Costantini, Elsa Martinelli, Corinne Clery, Eva Robin's.
Sembra però che in questo continuo susseguirsi di colpi di scena lo spettacolo non riesca mai a raggiungere quel pathos che rincorre. Anche la verve comica sembra ristagnare in alcuni punti per lasciare lo spettatore con un sorriso velato.
Ma la Costantini riesce spesso, nelle due ore di spettacolo, ad oscurare queste mancanze con la sua interpretazione di un personaggio accattivante e cinico, che rispetta i tempi comici e che diverte. Sorprendente Eva Robin’s con la sua isteria continua, che riesce perfettamente ad entrare nel personaggio ed a esprimere, quasi contagiando gli spettatori, la sua ansia perenne.
Deludente, invece, la Martinelli: troppo statica, poco espressiva e poco perentoria con la sua delicata e soave voce ma che non riesce a colpire il pubblico.

Otto ruoli, comunque, così diversi e interessanti che danno modo alle attrici di esprimersi sia nel recitato che nel cantato, un brano per ognuna, infatti, a sottolineare singolarmente i propri personaggi, come piccoli monologhi cantati. Artefice delle musiche: Rosanna Casale che sembra tratti con i brani musicali degli argomenti in modo totalmente stereotipato. Si parla, infatti, di amore, di passione e temi nostalgici in toni tipicamente ‘medi’ ma, probabilmente, voluti.

Il secondo atto è certamente più incalzante e divertente. La regia di Claudio Insegno si fa più serrata e riesce bene ad amalgamare recitato e cantato. E’ qui che prende forma la diversità delle 8 donne, che con continue ansie, paure, con amore e con smania di denaro hanno esasperato Marcel, il padrone di casa che ormai giace morto in camera…e, sino alla fine, i sospetti attanaglieranno tutte loro.
Due ore allegre, ma che lasciano un lieve sapore d’insoluto come se qualcosa debba ancora accadere ma, comunque, una serata piacevole e un cast divertente quello di ‘8 donne e un mistero’.

Luana Martino

domenica 20 gennaio 2008

Bari - Alfonso Signorini racconta Maria Callas la 'Divina'


“Fino alla pubblicazione del mio romanzo c’era un buco nero nella vita di Maria Callas, un periodo che va dal novembre del 1959 al settembre del 1960” – così esordisce al teatro Piccinni di Bari Alfonso Signorini autore del libro “Troppo fiera, troppo fragile. Il romanzo della Callas” (Edizioni Mondadori).

Un teatro pieno a dimostrazione che dopo trentanni dalla sua morte, avvenuta il 16 settembre 1977, il nome Maria Callas, è ancora fonte di curiosità per chi non l’ha conosciuta o di considerazione per chi l’ha apprezzata.

Certo l’inizio con cui l’autore si propone ha catturato l’interesse di tutti, forse perché nessuno immaginava che la Callas, conosciuta come la Divina, avesse avuto un figlio dal magnate greco Aristotele Onassis.

Anche per Signorini all’inizio sembrava che questo facesse parte di una leggenda metropolitana, ma quando è venuto in possesso di alcune centinaia di lettere scritte dalla famosa cantante lirica, missive che inviava agli amici o che scriveva a sé stessa, come se fosse un diario, in una di questa parla di quel bambino nato a Milano, che visse solo tre ore e morì a causa di una malformazione polmonare e che seppellì sotto falso nome.

Il gioco è fatto Signorini è la carta moschicida e noi le mosche che ci tuffiamo su di essa attratte dal suo sapore.

Il direttore di “Chi”, incalza con particolari inediti come il “Lunedì” .
“Ogni primo lunedì del mese la Callas era solita recarsi sulla tomba del figlio – continua Signorini – accompagnata dal l’autista Ferruccio, che assieme alla governate Bruna sono le uniche due persone che compongono la famiglia della Callas.
Quando i due lavoratori di fiducia, hanno letto questo mio libro mi hanno detto “Noi abbiamo ritrovato in queste pagine la nostra signora”.

Bruna è stata la custode di tutte le memorie delle cantante poiché per cinquanta anni ha lavorato a suo fianco ed ha conservato questa corrispondenza.
Epistole inedite dal carattere quotidiano, come quelle di una casalinga disperata, in quanto la Callas viveva in solitudine, dopo che Onassis l’aveva lasciata per sposare Jacklin Kennedy.

Molti i particolari originali che Signorini propone che vanno dalla vita personale a quella pubblica che l’ha vista protagonista sui palchi dei principali teatri di tutto il mondo.

“Non aveva una bella voce – prosegue Signorini – ma sapeva trasmettere emozione. Aveva una voce che non lasciava indifferente e possedeva la capacità di passare da un repertorio all’altro con facilità. Forse per questo motivo la sua carriera è durata solo dieci anni a causa di un declino vocale, per lo sforzo a cui la sottoponeva”.

Ma la Callas ebbe anche l’ intuito di trasformare la lirica in una figura di jet set. Aveva capito che la gente aveva bisogno di miti e lei era lì e colse l’occasione al balzo poiché il tempo era propizio.

Da qui il titolo del libro “Così fiera e fragile” dove Signorini descrive l’altra faccia della medaglia, dalla donna tenace, indipendente e pignola sino all’inverosimile sul lavoro, così fragile nella vita privata. Vita che fino a che non ha ottenuto il successo meritatamente, ha patito la fame e le umiliazioni.

In fin dei conti Maria Callas descritta da Signorini è la storia di una donna moderna, figlia dei nostri tempi.

Anna deMarzo

Bitonto (Bari) - Angela Finocchiaro in 'Miss Universo'


Uno, due, tre ma molto di più i personaggi che la bravissima Angela Finocchiaro porta in scena al Teatro Traetta di Bitonto, Miss Universo per la regia di Cristina Pezzoli, da sola per circa 100 minuti senza interruzione, senza neanche prender fiato con la sola mimica facciale e corporea (che tanto la caratterizza) ed il cambio della tonalità della voce, il tutto per parlare di Laura, donna depressa sull’orlo di una crisi nervosa e fisicamente anche sull’orlo di una finestra che tenta il suicidio.

La Finocchiaro con la sua interpretazione recitativa ma soprattutto con la sua intelligenza ama calcare il palcoscenico portando personaggi disperati e tormentati ma con quel pizzico di autoironia tanto da sdrammatizzare e trascinare lo spettatore alla risata.

Un palcoscenico scarno dove il solo gioco di luci sembra offrire il movimento e lei con pantaloni e casacca sblusata, incarna tutte quelle donne sulla soglia della cinquantina single “per colpa degli altri” ipocondriache, insicure tanto che per paura della disapprovazione preferiscono perdere pezzi di sé stessi, e aumentare sempre più la propria disistima.

Il tutto accade un giorno in uno studio di un dermatologo, medico di Laura che ritarda all’appuntamento con la sua paziente.
Nell’ attesa Laura fa un viaggio imprevisto con la sua mente e scopre con sorpresa che è una donna divisa in due, perche un’altra sé stessa la guarda e la giudica, come se fosse all’esterno del suo corpo, e tenta di smuoverla da quella sua eterna insicurezza, provando a farle capire che le sue non sono malattie ma solo fobie e cerca di spronarla a non trovare scuse per non avere un uomo accanto a sé.
Nel frattempo altri personaggi anche se sembrano non avere niente in comune, ma solo il finale farà vedere il filo conduttore che li lega, si alternando come un caleidoscopio sul palcoscenico e un gioco più grande segnerà per sempre non solo il loro destino, ma anche quello dell’intera Umanità.

Così un medico ”idiota” che tenta inutilmente di mettersi in contatto con l’antennista perché il suo VHS non funziona e non può registrare le puntate di un documentario storico, tarda all’appuntamento con la sua paziente.
L’antennista, che doveva andare dal medico, Davide Moretto di Cesano vince ad un Gratta e Vinci e vuole dare un cambio alla sua vita ma nel frattempo di domanda perché proprio lui ha vinto, lui che non ha fatto proprio niente per meritarlo e rivolge il suo interrogativo, questa sua preghiera a Dio.

Dio incarna non l’essere supremo della creazione ma bensì un manutentore dell’Universo, stanco di correre da una parte all’altra, con le scarpe antinfortunistiche luminose, per aggiustare quello che nel frattempo durante l’eternità si danneggia.
E così mentre una galassia sta per collassare e vanno a lamentarsi da lui gli dei degli universi potenziali, quelli che agiscono con il …si potrebbe fare … si potrebbe desiderare e …si potrebbe dire, Dio sente la voce di Davide Moretto che come un tormentone lo assilla con la sua domanda : “Perché proprio io ho vinto al Gratta e Vinci?”.
Nel frattempo Laura dialoga con sé stessa e scopre forse che la causa della sua vulnerabilità è stata sua nonna che le raccontava, paragonando la sua nipotina alla storia dell’uccellino che non sapeva cantare e veniva allontanato da tutti, l’unico ad apprezzarlo un rospo più stonato di lui.

Ma Laura le chiedeva : “Perché nonna per incoraggiarmi non mi racconti la storia del brutto anatroccolo?” - e lei dal canto suo rispondeva : “A questo mondo c’è posto per tutti ma un conto è generare aspettative”.
Le parole feriscono più di una spada e quelle della nonna ferirono nel profondo l’animo di Laura portandolo in uno stato di angoscia, rendendola vulnerabile e schizofrenica.

Ma grazie agli dei degli universi paralleli che impersonano : il dio dell’occasione da prendere al volo, della verità tutta , dell’indipendenza del parere altrui, del sapersi immaginare un’altra vita e dell’amore ideale, la sua vita prenderà un’altra strada.

Anna deMarzo

domenica 13 gennaio 2008

Bari - 'Capitan Harlock' non un semplice portiere d'albergo ... di più, molto ...di più


L’attore e regista Stefano Angelucci Marino rinnova il suo appuntamento al Teatro Abeliano di Bari proponendo un altro personaggio sfornato dalla prestigiosa Scuola quella dell’ “Istituto Professionale Alberghiero” di Villa Santa Maria , un piccolo paese della provincia di Chieti nota in tutto il mondo per essere la “patria dei Cuochi”.

Così dopo la rappresentazione di “Arturo lo chef”, del cameriere “Micchele Parri”, propone la terza figura professionale che la famosa scuola forma, quella del portiere d’albergo.

Non un portiere qualsiasi, ma un operatore addetto al servizio di ricevimento, per niente freddo e asettico, ma disponibile ad accontentare la sua clientela nei migliori dei modi.

Sul palcoscenico viene rappresentata una camera d’ospedale di una casa di cura non precisata , dove il nostro protagonista , Domenic Pavia soprannominato dagli amici Capitan Harlock, per la sua passione a questo cartone animato giapponese, vive immerso tra giornalini, ricordi e disillusioni.

Così incomincia a raccontare come uscito dalla scuola con il suo bel diploma, iniziò a fare un briefing con sé stesso se rimanere nel suo paese o andar via, ma non in qualche posto d’Italia, ma all’estero in Germania che per lui era una terra da conquistare.

La Germania per lui rappresenta il paese delle opportunità, dove anche il padre vi aveva lavorato per 12 anni.

Proprio da qui su un grande schermo a turno sono proprio la madre, il padre ed il prete del paese che tentano di dissuaderlo in tutti i modi, soprattutto il padre che lo ammonisce in dialetto abruzzese : “non conosci i tedeschi, statte a la casa”.

Ma lui imperterrito parte e quando raggiunge Dusserdolf ritiene di aver raggiunto il paese dei balocchi.

Tutto era bello, rispetto a suo piccolo paese abruzzese, dalle strade ai negozi ed anche l’albergo dove doveva lavorare, i suoi quattro colleghi tutti di origine albanese, due uomini e due donne.

Un po’ meno lo era il proprietario Osvald un teutonico tutto d’un pezzo, autoritario e per niente socievole.

Dominic non si scoraggia e lavora con alacrità, maneggia con sicurezza la sua postazione di front office, tanto che l’albergo sembrava non poter andare avanti senza la sua presenza e arriva al punto di dire : “invidio il signor Osvald perché ha un dipendente come me”.

Ma il signor Osvald più volte lo guarda con disprezzo e tenta di denigrarlo e facendo spallucce si rivolge a lui con l’appellativo “italiani”, non per indicare le sue origini ma come se essere italiani significasse essere inferiore.

Così incomincia a conoscere i tedeschi, freddi, austeri e non capaci a guardare al di là del loro naso, con il loro senso ingiustificato di superiorità.

Dominic intravede questo loro modo di essere come un difetto di fabbrica che ha origine dal 1517 quando il teologo Martin Lutero aveva posto le sue 95 tesi contro le indulgenze, dando origine al Protestantesimo, dove i tedeschi non hanno colto il lato polemico anzi ne avevano fatto la loro religione.

Da qui nasce la sua disavventura dove il suo sogno, quello di realizzare e gestire in proprio un albergo, che avrebbe chiamato “Arcadia” dal nome dell’astronave di Capitan Harlock lo avrebbe portato ad essere espulso dalla Germania.

Disilluso, ingannato dalle vicissitudini Dominic cade in depressione, e da conquistatore come Capitan Harlock ora sembra essere schiacciato da una visione non reale che aveva dell’estero e quello che gli rimane per continuare a far volare la sua fantasia e ad avere speranza è leggere i suoi fumetti, dove gli eroi alla fine vincono sempre.

Anna deMarzo

sabato 12 gennaio 2008

Bari - Comencini, Volo e Angiolini parlano del loro Bianco e Nero


Che nella vita non tutto è bianco o nero ma esistono le sfumature che rendono più leggeri e delicati i mutamenti dell’animo o di un’opinione lo si evince dal film di Cristina Comencini “Bianco e Nero”, in uscita nelle sale cinematografiche dall’11 gennaio.

Per l’occasione ieri pomeriggio sia la regista che i due protagonisti Fabio Volo ed Ambra Angiolini erano ospiti, per promuovere il film, presso la libreria Feltrinelli di Bari, gremita di giovani che hanno applaudito con enfasi i loro beniamini, ed hanno risposto alla domande dei giornalisti in modo scherzoso su un argomento serio e di attualità.

Ormai mi sento pugliese esordisce Cristina Comencini, perché vengo spesso in questa regione, dove amo scrivere i miei libri e pensare ai miei film.

D.: Signora Comencini perché una commedia per trattare un argomento sul razzismo?
R.: Perché la risata ci aiuta e ci porta ad una densità di pensiero permettendosi di capire che ci sono dei sentimenti che possono essere anche contraddittori . Si può parlare di argomenti difficili permettendoci di scivolare in qualche pregiudizio.
Perché in fin dei conti con la risata si può accogliere una verità , anche sgradita.

D: Cosa è il grigio?
R.: Il grigio è l’unione, nel nostro caso dei due protagonisti, Fabio ed Ambra, è il punto del loro vero incontro. Con questa commedia racconto cose complicate ed ambigue, non dividendo tutto quello che si conosce in buoni e cattivi.

D.: Ma la diversità razziale è un problema di solo noi “bianchi”?
R.: No assolutamente, anche gli Africani, parlo di loro perchè sono da poco rientrata da un viaggio di lavoro in Rwanda, hanno i loro luoghi comuni. Ma come gli italiani, sanno essere spiritosi e mordaci ma nel contempo anche molto ironici.


Ciao Fabio sono già parecchie volte che ci incontriamo.
Fabio : E’ vero si può dire che sono spesso in Puglia, quasi quasi mi conviene comprare casa.

D.: Fabio il tuo personaggio (Carlo) chi è veramente?
R.: Carlo è l’italiano medio che si occupa delle proprie cose. La sua giornata è piena, ma solo del suo lavoro, contornata da una serie di problemi.
Non segue il lavoro della moglie, che fa la mediatrice culturale e non partecipa agli incontri o a serate di beneficenza, perché ha paura di relazionarsi con l’Africa, ha timore di fare gaffe o di incorrere in pregiudizi.
Poi scopre di essere la persona più aperta, priva di ogni preconcetto. Insomma un piccolo uomo con una grande potenzialità dentro.

D.: I film che interpreti, ti si vede spesso nei ruoli di uomo sposato, tu single per scelta, perché?
R.: I registi mi vedono come “marito italiano”, forse è una questione di età, ma per fortuna i film sono solo fantasia, dove non occorre avere coraggio, perché nel matrimonio ne occorre tanto.

D.: Cosa pensi del rapporto sulle coppie miste?
R.: Ho avuto molte fidanzate di colore. La diversità la vedi solo la prima volta poi rientra tutta nella normalità e i colori si dissolvono.

D.: Ambra, nel film impersoni Elena, che rappresenta un pò tutte quelle persone che dicono di non essere razziste, finchè poi l’argomento non lo toccano con mano.
R.: E’ vero. Toccare qualcosa che per lei è stato sempre teorico le procura una rottura degli equilibri.
Scopre che l’ordine esterno ha sempre occultato il suo caos interiore. Apprendere in seguito che suo marito e meno razzista di lei la portano a cercare di recuperare la vera sé stessa.
In fin dei conti questo è un film di speranza e di gioia.

D.: Ma Ambra come si pone su questo argomento?
R.: Credo di essere di una persona aperta e tollerante, ma devo dire il vero, non ho amici di colore.
Questo film mi ha permesso di avere un’altra visione e di riflettere sui luoghi comuni.

Cristina Comencini spiega che la scelta è caduta su questi giovani attori, perché vuole parlare e inviare un messaggio alle nuove generazioni, che facilmente si possono immedesimarsi in Fabio ed Ambra, alle giovani leve che si affacciano alla vita, che amano girare il mondo di proporsi in maniera differente di fronte alla diversità, che nulla toglie ma può solo arricchire.

In fin dei conti se su una tastiera di un pianoforte non ci fossero i tasti bianchi e neri non si potrebbe ascoltare della buona musica.


Bianco e nero è un film prodotto da Rai Cinema e Cattleya, e si avvale di un cast d’eccezione oltre ai già citati Fabio e Ambra di : Aissa Maiga – Eriq Ebouaney – Anna Bonaiuto – Franco Branciaroli – Katia Ricciarelli – Maria Teresa Saponangelo – Awa Ly – Billo e Bob Messini

Anna deMarzo

venerdì 11 gennaio 2008

BARI - Lella Costa nelle vesti di ‘Amleto’


Una tavola lignea, ampia, obliqua e rivolta verso il pubblico. Al centro una botola come piccolo anfratto per nascondere gli unici effetti scenici. Qualche sacco di iuta posizionato sulla tavola, un gioco di luci attenuato quasi nullo e un accompagnamento musicale a sprazzi intenso e poi più lieve sino a sparire.

E’ così che Lella Costa ha magicamente interpretato il ‘suo’ Amleto al Teatro Kursaal di Bari.
Ieri, prima delle due serate che ospiteranno lo spettacolo, tra stupore ed emozione generale la Costa è letteralmente riuscita a catturare gli spettatori.

Un connubio profondo di devozione e amore la lega a questo testo: l’Amleto, la tragedia per eccellenza, una storia straordinaria fatta di: passioni, amore, intrighi, ambizione, sete di potere e pazzia…si, pazzia!

Ed è proprio da qui che lo spettacolo prende forma..proprio perché Amleto è il fool, una figura particolare che si perde nella sottile essenza del buffone di corte, del matto o magari di colui che finge d’impazzire.

E Lella Costa con un abile uso della parola e con una vivacità estrema riesce a farsi portavoce di un mondo così complicato. Da sola sul palco, diventa e interpreta più personaggi contemporaneamente, diventa la storia, diventa il punto d’incontro di più mondi.
Dei mondi assai diversi, in effetti, perché ‘Amleto’ è una storia antica..una storia che si racconta dal medioevo o forse anche prima, all’inizio dei tempi e proviene forse direttamente dall’ombelico del mondo.

Così questa storia, forse la prima a narrare di malinconia e pazzia, si tramanda nei secoli per poi trasformarsi nella versione dello Shakespeare seicentesco.
E’ proprio questa tragedia, con la stessa trama, gli stessi protagonisti, lo stesso inizio e lo stesso epilogo che l’attrice Costa ama e sente profondamente.

E’ così coinvolta che travolge per circa due ore il pubblico, raccontando questa antica storia in un modo tutto suo.
Puntando proprio sull’attualità e il quotidiano, alterna stralci di testo originale a pseudo - approfondimenti, divagazioni e osservazioni.
I personaggi con le loro caratteristiche e le loro storie sono attuali: tutto il contesto si sposta nel presente, simili a ‘caricature comiche’esprimono il loro modo di essere e di vivere, i loro pregi e difetti, la loro vita e i loro sogni.

Tutto questo permette di emozionarsi ma senza annoiarsi, di riscoprire l’Amleto ma con allegria e riflessione, di rivivere Shakespeare tra le parole e le emozioni del testo.

Una Lella Costa semplice e appassionante che con il suo fare amabile sembra una raccontatrice di fiabe dotata di una forza energetica sorprendente. Il tutto supportato dalle dolci note della musica di Stefano Bollani e dalla suggestiva regia di Giorgio Gallione.

Luana Martino