PHOTOGALLERY by Egidio Magnani

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martedì 22 maggio 2007

Le terre rovesciate percorso rovesciato di dolcezza, visioni apparenti, significati profondi


Al Teatro Traetta di Bitonto "Le terre rovesciate" una produzione di ResExtensa. Con Elisa Barrucchieri, Anna Moscatelli, Filippo Lamanna, Celestina Soranna, Franco Zita. Ideazione e direzione coreografica: Elisa Barrucchieri. Luci: Francesco Catacchio. La danza come risposta ai continui ed incoerenti confronti che la nostra società subisce ed impartisce. Così in una scena rigorosamente spoglia, si muovono 5 persone, in una sorta di mondo incerto, sottile e leggero. “Le terre rovesciate” è una performance sospesa su un difforme approccio dell’altro: persona, individuo, figura umana, sconosciuto, diverso, immagine di sé, impressione dell’altro. Esiste uno scontro, con aggressività e rabbia. Esiste un’incontro con tenerezza e dolcezza. Esiste un luogo dove 5 persone, 5 esperienze umane, 5 individui diversi tra loro diventano l’intera umanità, quella che fugge, ritorna, si allontana, si ritrova. Tutti necessariamente si devono confrontare con gli altri. Ma gli accostamenti sono difficili e contradditori. La contrapposizione è il paradosso, ma necessaria ed ovvia! La performance delinea un confronto che porta al completo rovesciamento di sé, del proprio corpo, del proprio microcosmo. Elisa Barrucchieri danza anche quando è immobile. Straordinaria danzatrice, Elisa si è laureata presso il Middlebury College, Vermont, USA, con double Maior in Antropologia Culturale e Danza Contemporanea. Nel 2002 collabora con Accademia Isola Danza, La Biennale di Venezia, diretta da Carolyn Carlson. Danzatrice, assistente e traduttrice per Susanne Linke e Carolyn Carlson, collabora con Daniele Cipriani Entertainment come traduttrice e assistente per le audizioni italiane di Laban Center, per il Corso Internazionale di Coreografia e per varie conferenze.Dal 2002 presenta il proprio lavoro coreografico sotto il nome di ResExtensa, creato assieme a Victoria Sogn e Francesco Catacchio, che dal 2004 gode del supporto della Regione Puglia e del Fond For Utovende Kunstnere, Norvegia. Collabora inoltre con Studio Festi, come danzatrice di danza aerea e come coreografa. Docente di laboratori di danza e handicap per il Teatro Kismet di Bari e per il Comune di Gioia del Colle (BA). Nel 2007, Elisa Barrucchieri è unica italiana selezionata per SiWiC Zurich, per la coreografia. “Le terre rovesciate” rappresentano un continuo incontro-scontro per raggiungere l’anonimità dei corpi, per arrivare anche a chiudere il disegno che le varie storie umane ci tratteggiano durante l’intero lavoro. Tutto avviene lentamente, attraverso un percorso rovesciato di dolcezza, con visioni apparenti, con significati profondi. Si respira parecchia arte di Carolyn Carlson. E poi le musiche sono come tropi, splendida la riconoscibilissima “Birdy” (soundtrack) di Peter Gabriel. Si nebulizza, si sgretola e si ricompone la disgregazione del quotidiano, che continua a prendere più forme, tante forme che si rovesciano continuamente. Leggermente, in maniera inesauribile.Il lavoro “Le Terre Rovesciate” è stato finalista fuori concorso ed ospite speciale a Santarcangelo per Premio Scenario 2005.
Deborah Brivitello

sabato 5 maggio 2007

Emotion ,armonia ed evoluzione con i colori fluttuanti della Trisha Brown Dance Company


Il 3 maggio, per la Nuova Produzione della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, è andato in scena al teatro Piccinni uno spettacolo di danza contemporanea della Trisha Brown Dance Company. Un trittico di straordinarie coreografie, dai titoli “Set and Reset”, capolavoro del 1983, ed i più recenti “Present Tense”e “Groove and countermove”. Coreografie di Trisha Brown, interpretate da Sandra Grinberg, Hyun-Jin Jung, Todd McQuade, Leah Morrison, Melinda Myers, Tony Orrico, Tamara Riewe, Judith Sanchez Ruiz, Todd Lawrence Stone.Fondata negli anni ’70, la Trisha Brown Dance Company, ha iniziato la sua attività con esibizioni in luoghi underground a Soho. Oggi la compagnia riempie i teatri più famosi di New York, Parigi, Londra ed altre capitali.Leader indiscussa della coreografia astratta, Trisha Brown porta in scena un linguaggio esclusivo della danza post-moderna, che amalgama precisione, severità e limpidezza dei movimenti. Per creare e riprodurre così, l’anima cult delle correnti artistiche nate negli Stati Uniti tra gli anni sessanta e settanta, conseguenti all’esplorazione di codici extraformali dell’arte della danza.Set and Reset (1983)Coreografia di Trisha Brown. Scene di Robert Rauschenberg. Musica di Laurie Anderson. Luci di Beverly Emmons.Geometria. Grigio. Concentrazione. Cinereo. Si grigio. Grey. La geometria prende altre forme. Thinking. Immagini in movimento, in bianco e nero, proiettate su due piramidi ed un parallelepipedo in sospensione, lusingano i delicati e seducenti movimenti dei danzatori in un persistente habitat grigio. Ma è razionale, tutto è sicuramente un necessario contrario del totale. I movimenti sono regolari, lanciati in un equilibrio astratto, eppur tangibile. Rigore e geometrie, armonia ed evoluzione. “Set and reset” è il capolavoro che ha reso celebre la coreografa Trisha Brown a livello internazionale. La nitidezza della performance è resa tale anche grazie alla musica di Laurie Anderson, commissionata dalla stessa Trisha Brown Company.Present tense (2003)Coreografia di Trisha Brown. Musica di John Cage. Luci di Jennifer Tipton. Scene e costumi di Elizabeth Murray.Ed ora colore. Puro. Capovolgimento. Verve. Aria. Emotion. Un’intensa esposizione emozionale prevale nella gestualità ritmica ed eufonica dei ballerini, in una sorta di distrazione sospesa. Dancers come disegni definitivi riempiono il palcoscenico, intrecciandosi e scontrandosi in uno spazio che diventa ipoteticamente termogeno, a causa del rosso esplosivo. Resi uniformi quindi, in una specie di macchia rosso corallo, fluttuante nell’arancione, gli artisti continuano la performance mettendo sottosopra le sensazioni visive. Continuamente. Obliquamente. Ed è poiesis.Groove and countermove (2000)Coreografia di Trisha Brown. Musica di Dave Douglas. Scene e costumi di Terry Winters. Luci di Jennifer Tipton.Concettuale. Colore. Cromatico. Velocità. Fuori e dentro. Animoso. Swinging. What? Continuità. La lezione del colore come deflagrazione armoniosa e iperreale, continua ed accelera in questa terza performance. Note di jazz puro svelano gli intrecci e le antinomie di un gruppo di ballerini, visivamente, apparentemente coeso, ma con un’eccezionale individualità, più che marcata dai vivacissimi colori diversi dei costumi di scena. Intense le contrapposizioni che si snodano tra un ballerino ed il suo gruppo, tra danza e musica, tra compagine e specificità. Sullo sfondo la scenografia ci conduce in un qualificante disegno intellettivo, intricato appunto, mostrandoci ogni tipo d’intelaiatura e ragnatela. Movimenti aerei all’unisono o individuali inventano realisticamente una sorta di atmosfera ipnotica, dove il finale riesce a farci accettare, che le quinte teatrali non sono altro che un’invenzione mentale.
Deborah Brivitello

lunedì 30 aprile 2007

La "Follia Creativa" di Simone Cristicchi a Bari


“Centro di Igiene Mentale Tour” – Teatro Piccinni- Cso.V.Emanuele 88- Bari - domenica 29 aprile ore 21 -L’igiene mentale passa attraverso i neuroni nascosti di Simone Cristicchi. Il trentenne artista romana, velato da un cespuglio di capelli volutamente disordinati, ha ipnotizzato letteralmente il pubblico italiano portando alla luce un tema importante come il disagio mentale. Un viaggio che il cantautore aveva iniziato con il documentario e libro “Centro di Igiene Mentale” (Mondadori), poi culminato con il brano “Ti regalerò una rosa”, brano vincitore del 57° Festival di Sanremo e del prestigioso premio della critica e radio & tv, e l’album “Dall’altra parte del cancello”.Al successo discografico e al terremoto che ha scatenato dal tema sulla disabilità mentale, Cristicchi ha avviato un tour teatrale che ieri sera ha toccato anche il teatro Piccinni di Bari. Cristicchi ha sorpreso ancora una volta il numeroso pubblico del politeama barese, con la sua disarmante semplicità e sensibilità nell’affrontare un tema così scottante come il disagio mentale. Uno spettacolo che si muove nell’ambito del teatro-canzone, del quale è stato grande maestro Giorgio Gaber, che lo stesso Cristicchi ha voluto proprio per interagire maggiormente con il pubblico, in una dimensione più intimista e raccolta. Filo conduttore del progetto è un viaggio all’interno degli ex manicomi, i cosiddetti centri di igiene mentale, paragonati a veri e propri campi di concentramento, all’interno dei quali i “matti” diventano oggetti, corpi senz’anima e senza dignità. Persone relegate in un mondo oscurato alla vista dei “normali”, sedato ma pulsante, immobile eppure in continua altalena tra follia e normalità. Il cantautore romano, si fa portavoce di questo malessere, attraverso le immagini di un documentario struggente e vero, teso a dimostrare come la distanza tra la normalità e la follia sia solo un puro concetto teorico. Il suo ultimo disco, il secondo della sua strabiliante carriera artistica, dal titolo “Oltre il cancello”, contiene undici intensi brani ognuno dei quali affronta un preciso tema sociale: una sorta di concept album dove il controllo sull’individuo e sull’individualità sono il tema conduttore.Se “Ti regalerò una rosa” è una lettera immaginaria di Antonio, chiuso in manicomio “da quando era bambino” all’unica donna amata, la sua Margherita, “Il nostro tempo” parla della forza dell’amore, mentre “Laureata precaria” tocca lo scottante tema del mercato del lavoro in cui Cristicchi evidenzia che, sempre più spesso, i giovani laureati sono costretti ad accettare lavori ripetitivi ed alienanti.I brani dell’album, prodotto ed arrangiato con l’amico di sempre Francesco Musacco, scorrono come i tasselli di puzzle, uno accanto all’atro, in attesa che l’immagine finale acquisti la sua forma definitiva. Cristicchi intona “Nostra Signora dei Navigli”, nell’album suonata dal pianista Giovanni Allevi, dedicato idealmente alla poetessa Alda Merini che per anni è stata rinchiusa anche in un manicomio tarantino. Un elogio anche ai musicisti che accompagnano Cristicchi in questa avventura teatrale: Desirè Infascelli (pianoforte e fisarmonica), Davide Aru (chitarra e mandolino), Andrea Rosatelli (contrabbasso) e il virtuoso violinista Olen Cesari, un vero fenomeno di origini albanesi. Sono circa le ventuno quando Cristicchi, raggiunge il palco , valigia e lanterna in mano, attraversando la platea del teatro barese .La scenografia è essenziale, una sedia sulla quale il cantautore si adagia lentamente, una panchina e sulla sinistra i quattro musicicisti .Simone inizia il suo viaggio, raccontando e mimando con grande trasporto le lettere di alcuni degenti di quello che fu il manicomio di San Girolamo a Volterra , ritrovate nel 1980 nelle cartelle cliniche dei pazienti e pertanto mai fatte giungere a destinazione. Una censura incomprensibile e violenta . Lo spettacolo ha così inizio, proprio con la volontà di rendere pubbliche quelle “storie di matti”, al fine di renderle vive ogni sera sul palco. Cristicchi , costruisce la sua performance su documenti preziosi, alcuni dei quali risalenti ai primi del ‘900 , su testimonianze dirette di ex infermieri, psichiatri e psicologi, proprio per poter raccontare le sofferenze dei pazienti tra le mura dei manicomi . La musica è discreta ,accompagna in maniera lieve le parole sofferte del cantautore romano, mentre scorrono le immagini toccanti del documentario catturate dal giovane regista Alberto Puliafito negli ex manicomi italiani. E’ un vero e proprio viaggio del dolore. Dai volti dei degenti affiorano ricordi di amori dimenticati, di famiglie lontane, di solitudine, di vite ridotte ad uno mero stato vegetativo prive di ogni dignità umana. Primo brano in scaletta, “ La filastrocca della Morlacca”, tratto dal primo album “Fabbricante di Canzoni” cosi’ come i successivi “Senza” ed il tormentone “Che bella gente”, quasi a voler interrompere il tema scottante della follia con momenti di divertimento ed ironia. Seguiranno la dolcissima e bellissima “ Legato a te”, dedicata a Pier Giorgio Welby e “Laureata precaria”( il seguito di “Studentessa universitaria” ) . Simone Cristicchi rende poi omaggio al grande Giorgio Gaber, a Fabrizio De Andrè e al nostro Domenico Modugno, con un’accenno di “Amara terra mia” . La performance si conclude, in un crescendo di grandi emozioni, con “ Ti regalero’ una rosa”. Il pubblico barese, applaude insistentemente il cantautore romano che visibilmente commosso, ringrazia la città di Bari per la meravigliosa accoglienza .
Claudia Mastrorilli

Il pessimismo del "Il Riformatore del mondo" al teatro Abeliano di Bari


Al Teatro Abeliano di Bari, in scena dal 28 al 29 aprile un opera del 1979 di Thomas Bernhard “IL Riformatore del mondo” titolo originale “Der Weltbesserer” , con un bravissimo Renato Carpentieri, che ha curato anche la regia, interpretando un testo difficile e assai ostico.L’opera presentata è più che altro un’autobiografia dell’autore Thomas Bernhard, detestato in patria ma considerato da molti un genio, dove descrive la sua solitudine, legato anche ad una malattia incurabile, che lo porta ad avere una visione pessimistica del mondo e vedere come unica soluzione a tutte le cose “La morte”.Infatti l’opera “Il riformatore del mondo” descrive la giornata di un famoso filosofo a cui tempo addietro gli avevano conferito la collana onorifica della città di Francoforte per la sua opera “Migliorare il mondo” e per la stessa sta per ricevere a casa sua, (perché invalido o finge di essere invalido su una sedia), il rettore dell’università, il sindaco ed altri illustri personaggi che vogliono consegnargli la laurea honoris causa.L’ambito riconoscimento per la sua opera è una attestazione per l’intellettuale ipocondriaco che nessuno ha letto il suo trattato perché dimostra che per migliorare il mondo bisogna eliminare gli uomini dalla faccia della terra.L’opera è quasi un monologo, come un po’ tutte le opere di Bernhard, dove la parola è la vera protagonista della scena, parole dure che feriscono ed umiliano la donna che vive con lui da venti anni, in scena è interpretata da Roberta Sterzi che con poche parole e gesti appena accennati, ha centrato il personaggio, quella di una compagna rassegnata alle angherie del suo uomo, che rinuncia anche a parlare perché sa che non la ascolterebbe, perché preso solo dal suo pensiero e dall’alto del piedistallo che si è creato autoincensantosi considera il mondo una fogna che lo asfissia.Tutto lo ripugna e gli da fastidio e il rapporto che ha con la sua donna (i personaggi non hanno nomi in quest’opera) e come il contadino con il suo mulo, prima gli tende la carota e poi lo bastona. Così lui prima la offende per la sua goffaggine, la umilia senza ritegno chiamandola incapace e immediatamente gli dice “sei la compagna della mia vita, il mio male minore”.Il nichilista intellettuale sfiora il limite della disperazione anche per trovare un posto per andare in vacanza, scivolando nella farsa perché con una lunga dissertazione spiega che odia il mare, le montagne, i laghi, le colline, le città d’arte e tutti i posti dove può incontrare l’uomo. Così pensa che la soluzione sarebbe quella di organizzare un viaggio in Greolandia, senza la compagnia di essere umani ma quella silenziosa delle foche.“Il riformatore del mondo” rientra nell’ambito della rassegna “teatri d’arte Mediterranei” del Teatro Abeliano, accanto a Renato Carpentieri che troneggiava sul palco su una poltrona tanto da sembrare un trono, hanno lavorato con lui Roberta Sterzi, l’amata e detestata compagna della sua vita e Amedeo Messina, Giuliano Longone, Salvatore Ferrari, Michele Rotondo, Renato Rotondo.
Anna deMarzo

Il medico dei pazzi. Carlo Giuffrè porta in scena Eduardo Scarpetta.


E’ andato in scena il 28 e 29 aprile al teatro Traetta di Bitonto (Ba), lo spettacolo “Il medico dei pazzi” di Eduardo Scarpetta, con Carlo Giuffrè, Piero Pepe, Monica Assante Di Tatisso, Rino di Maio, Antonella Lori e Aldo De Martino. Regia di Carlo Giuffrè, scene di Aldo Buti, costumi di Giusi Giustino. Musiche originali e arrangiamenti di Francesco Giuffrè. Produzione Diana Or.i.s. di Napoli.La commedia dal titolo originale “O miedeco d’è pazzi” è stata scritta da Eduardo Scarpetta nel 1908, poco prima di lasciare le scene. Più tardi nel 1954, il regista Mario Mattoli trasse un film “Il medico dei pazzi” con una memorabile interpretazione di Totò. La trama narra le vicende del giovane Ciccillo e di suo zio Felice Sciosciammocca di Roccasecca. Ciccillo, nipote scapestrato, perde al gioco tutto il denaro che lo zio gli ha mandato per studiare e laurearsi in medicina. Inseguito anche da un brutto ceffo a cui deve dei soldi, Ciccillo si vede ancora più nei guai quando lo zio Felice e sua moglie arrivano a Napoli per verificare i suoi buoni (….inesistenti) risultati universitari! Così inizia ad inventare che la bizzarra pensione in cui abita è in realtà un manicomio ed i suoi ospiti sono proprio dei pazzi, suoi pazienti. In effetti la pensione non solo è abitata da bizzarri personaggi, ma è anche diretta da strampalate creature, per cui le bugie di Ciccillo prendono piede perfettamente nella mente ingenua dello zio Felice. Con innumerevoli doppi sensi, gioco di inganni, equivoci e bugie appropriate, la commedia si snoda in maniera divertente, e quando tutto degenera, si scopre la magagna. Il finale è sempre leggero, forse un po’ moralistico, ma sereno, come nella migliore tradizione di Scarpetta. Straordinario attore ed autore del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta (Napoli, 1853 - 1925), si fece conoscere grazie alle sue abili traduzioni in napoletano delle pochade francesi, tanto in voga in quegli anni. Grande commediografo, trasferì il suo amore per il teatro anche ai figli Vincenzo, Eduardo, Peppino e Titina. Vanta una florida carriera di commediografo, il successo più grande di Scarpetta è sicuramente "Miseria e nobiltà", che in seguito ha avuto due trasposizioni cinematografiche. La curiosità deriva dal fatto che fu scritta per permettere la partecipazione in scena, del figlio Vincenzo (allora dodicenne), che recitò il ruolo di Peppiniello. Dopo aver fondato il teatro Salone Margherita, primo grande varietà napoletano, la fortuna di Scarpetta iniziò ad incrinarsi. Il peggioramento si materializzò nel 1904, quando dopo una parodia della “Figlia di Iorio” (di scarso successo), Gabriele d’Annunzio gli fece causa, una causa lunga e spiacevole. Deluso e amareggiato, Scarpetta decise di ritirarsi dalle scene nel 1909. Le sue opere sono autentici capolavori, tutt’oggi sinonimo di successo e divertimento.Uno spettacolo per famiglie dunque, “Il medico dei pazzi”, rilevante per la trasmissione della memoria teatrale, messo in scena abilmente dal maestro Carlo Giuffrè, che porta avanti una sorta di lezione sulla tradizione spettacolare, affine all’aspetto retrò. La rappresentazione regala un’accattivante sensazione relativa al passato, moralistica nei punti dove l’argomento pazzia diventa questione di “angolo di visuale”, per cui sono i cosiddetti normali che vanno curati con una dose di “dolce follia”. Esilaranti i siparietti comici all’italiana che amalgamati sapientemente alle pochades, divertono il pubblico con gustose gags d’altri tempi. Grande l’intero cast che mostra ottimi talenti di cantanti oltre che di attori. In definitiva uno spettacolo di tre atti, in cui si verificano le regole teatrali peculiari del grande Eduardo Scarpetta, con coraggiosi momenti musicali, distribuiti saggiamente in modo da invitare spesso l’applauso di un folto pubblico, semplicemente appassionato e compiaciuto.
Deborah Brivitello

giovedì 26 aprile 2007

Ironia e cinismo della realtà quotidiana in ESTA’ BIEN


BARI – Teatro Kismet – ESTA’ BIEN Due scrivanie con sopra libri di varia grandezza e colori diversi, due attori, un uomo e una donna, con abiti ‘semplicemente’ stereotipati: questo sul palco del Teatro Kismet Opera di Bari per ‘Està Bien’, ultimo spettacolo della rassegna ‘Eroi Capovolti’.Està Bien nasce come progetto che analizza ironicamente e cinicamente la realtà quotidiana.Si mostra come uno spettacolo denso di citazioni e continue provocazioni che rendono il ritmo serrato e disperato.Le notizie che ogni giorno ci sommergono, che ci bombardano, sono la fonte d’ispirazione per l’intero progetto. Quelle notizie che riguardano gli argomenti più disparati: le guerre, i fast-food, le conigliette di play boy, la potenza americana, i bambini che perdono oggi giorno la vita. Insomma i due attori-ideatori del progetto, Costanzo e Rustioni, hanno archiviato per diverso tempo immagini, parole, materiale che potesse essere utile per la realizzazione dello spettacolo.Tutto reso con estrema efficacia dalla bravura eclettica dei protagonisti, tutto così deformato e reinterpretato tanto da non risultare affatto pedante ma, anzi, sorprendente e creativo.Costanzo e Rustioni, già militanti nel teatro contemporaneo degli anni ’90, si ritrovano a interpretare un teatro di ricerca dove la fisicità e la creazione continua sono elementi portanti, dove il corpo e la fatica fisica si amalgamano di continuo con gli altri linguaggi teatrali.Està Bien è uno studio ispirato alle opere teatrali di Rodrigo Garcia con il quale i due produttori vogliono confrontarsi. L’unico intoppo è di carattere burocratico, infatti, per motivi di diritti della SIAE lo spettacolo procede senza reali riferimenti testuali a Garcia. Questo però non implica nulla, infatti, l’intento dei creatori è stato raggiunto ovvero catapultare, per un’ora circa, il pubblico in un mondo di paura, di ricordi, di cataste di documenti, cataloghi accumulati dove si susseguono nomi e date di nascita e di morte.La loro esperienza lontana dai legami istituzionali è stata davvero apprezzata da pubblico in sala e forse ha aperto una breve ma intensa riflessione…restano purtroppo, però, cataste di notizie e avvenimenti che si dovranno ancora scrivere!
Luana Martino

venerdì 20 aprile 2007

"Afrodite in tavola" una serata al Teatro Abeliano per l'esaltazione dei sensi


Seconda serata al Teatro Abeliano di Bari di “Una boccata d’arte” dove piacevolmente si amalgamano il gusto della poesia e quella del palato.Il tema della serata è stato “Afrodite in tavola”.Afrodite dea della bellezza, dell’amore e della lussuria come ha spiegato Mino Decataldo, chiarendo come il culto abbia preso piede prima in Sicilia per poi diffondersi in tutta Italia col nome di Venere, dove veniva chiamata Venere Ericina (dell’erica) dal Monte Erice.In suo onore in Grecia veniva festeggiata la festa detta “Afrodisiaca” che inneggiava ai rapporti sessuali.Al suo nome venivano associato il delfini, le colombe, i cigni la schiuma di mare, i melograni, il mirto, i limoni, le rose e la mele. Afrodite veniva associata anche con molti epiteti da Etera (compagna), Porne (Meretrice), Calliglutea (dal bel sedere), Callipigia (dalle belle natiche), Morfo (armoniosa), Androphonos (sterminatrice di uomini).Dopo questa spiegazione lo chef Peppino Belardi ha presentato un piatto che secondo la tradizione favorisce lo stimolo sessuale : Ostriche con salsa al frutto della passione.Lo stimolo intellettuale invece ci è stato offerto da Vito Signorile e Rachele Viaggiano che hanno letto brani inerenti sempre l’argomento “Amore” cha spaziavano da Dante Alighieri a Pablo Neruda. L’amore visto da tutte le sue sfaccettature, dall’intenso sentimento di affetto a quello della forte attrazione sessuale.Si è passato così al secondo piatto della serata un risotto al frutto della passione e mele, molto gradito dal pubblico che ha chiesto il bis (giustamente stavamo in teatro).Se in Spagna il flamenco fa da padrona, in Argentina è il tango in Puglia non può essere che la “Pizzica”, entrando in scena la brava Betty Lusito che ci ha deliziato con i movimenti sensuali di questa danza salentina.Si è passato al dolce : Mousse con melanzana e ricotta con salsa al cioccolato caldo.Ha concluso la serata Nicola Sbisà, giornalista ma soprattutto esperto gastronomico, dove ha spiegato che nell’antichità si è sempre ritenuto che alcuni cibi predisponevano agli incontri amorosi ma oggi scientificamente è stato comprovato che non esistono alimenti afrodisiaci, il tutto parte dal nostro cervello a volerli credere. Forse perché quando una coppia si incontra per andare a mangiare tende a cercare cose raffinate un po’ fuori dall’ordinario con lo scopo di colpire la controparte. Senza sapere che un decotto di sedano ha lo stesso potenziale di una pietanza con tartufo.Dopo questa serata dove c’è stata esaltazione dei sensi non c’è che da aspettare il prossimo giovedì per poter gustare “Lo sposo di pasta di mandorle”.Per informazioni rivolgersi al botteghino del Teatro Abeliano di Bari tel. 080 54 27 678
Anna DeMarzo

giovedì 19 aprile 2007

“La voix humaine” di Francis Poulenc e “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini.


Il 13, 15 e 17 aprile, per la Nuova Produzione della Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli, sono andate in scena al teatro Piccinni di Bari le opere “La voix humaine” di Francis Poulenc e “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini. Con l’orchestra sinfonica della provincia di Bari diretta da Antonino Fogliani.Una serata fortemente disgiunta in due parti, con un’apertura molto interessante: “La Voix Humaine”, tragedia lirica in un atto di F. Poulenc, dalla tragedia omonima di Jean Cocteau, interpretata da Blancas Angeles Gulin.“La trasposizione musicale di un testo poetico dev’essere un atto d’amore e mai un matrimonio della ragione”, questo sosteneva Poulenc. Francis Poulenc (Parigi 7 gennaio 1899 - 30 gennaio 1963), compositore e musicista francese, fu precocemente affascinato dalla musica grazie alla madre musicista che l’avviò allo studio del pianoforte. L’amore per la sua città, Parigi, lo porta a rappresentare in musica sia la classe che la verve di questa capitale. La musica di Poulenc è “antiromantica” ed “anti-impressionista”, realizza un’altra versione dell’arte musicale, fa riferimento ad uno stile più popolare e vivace del music-hall e del cabaret, come anche all'estetica di Satie e di Cocteau.Ispirato dalla poesia, decide di scrivere musica anche per alcuni poemi. L’arte di Poulanc è impregnata di brio ed invenzione, ma ha anche un lato amaro, in cui si esprime un penetrante senso tragico. Numerose e varie le sue opere, tra cui La Voix Humaine, un atto unico di J. Cocteau in cui si racconta di un lungo e tragico addio per telefono, tra una donna ed il suo amante che l’ha lasciata per un’altra donna. La protagonista, qui interpretata splendidamente da Blancas Angeles Gulin, è a casa sola dopo un tentativo di suicidio, si lacera nella sua disperazione, attendendo una telefonata promessa da lui. La telefonata arriva, viene interrotta più volte per problemi di linea, ed è una sorta di smembramento angoscioso di una donna debole, completamente dilaniata dal dolore, che prima mente fingendo leggerezza, poi nello sconforto più totale, implora il suo amante perché “senza di lui la vita è inutile”. Durante la lunga e angosciante telefonata la donna continua a crogiolarsi liricamente nel suo tormento psicologico, forse troppo enfatico per i nostri giorni, ma appunto per questo interessante, dato l’aspetto storico e artistico. Il debutto assoluto de “La Voix Humaine”, tragedia lirica in un atto per soprano e piccola orchestra, su libretto di Jean Cocteau, risale al 6 febbraio 1959, presso il Teatro dell’Opéra-Comique di Parigi con la regia dello stesso Cocteau. Nell’allestimento della Fondazione Petruzzelli, si è dato giustamente ampio spazio e attenzione alla meritevole protagonista, la sua bravura ha soppesato sulla prevedibile costruzione scenica e scenografica. Tutt’altro genere di componimento ha appassionato il numeroso pubblico di melomani del Piccinni, nella seconda parte della serata. Infatti dopo un lungo intervallo distensivo è andata in scena “Gianni Schicchi”, divertente opera in un atto di Giacomo Puccini (libretto di Giovacchino Forzano).Gianni Schicchi è un personaggio storico del Duecento, che troviamo tra i personaggi dell’Inferno dantesco (Canto XXX). Fu condannato nella bolgia dei falsari per la falsificazione di persona, imbrogliando certa gente in quanto prese il posto di Buoso Donati il Vecchio. La faccenda anche se con alcune differenze è stata ripresa da Giacomo Puccini (Lucca, 22 dicembre 1858 – Bruxelles, 29 novembre 1924) e si narra la vicenda del ricchissimo Buoso Donati, morto lasciando tutto in eredità ai frati. La delusione dei parenti che desideravano la propria parte di eredità, li porta ad affidarsi al furbo Gianni Schicchi, che con uno stratagemma s’intrufola nel letto del Buoso e fingendosi lui, detta al notaio le proprie volontà testamentarie, accontentando dapprima tutti i congiunti del defunto e poi anche se stesso con un’amara sorpresa agli avidi parenti. L’opera fu rappresentata per la prima volta nel 1918 al Metropolitan Opera House di New York, la prima italiana invece risale al 1919, presso il Teatro Costanzi di Roma. Nella messinscena della Fondazione Petruzzelli, l’aspetto burlesco risalta in maniera giustamente eccezionale, di grande talento l’intero cast, che ha generosamente elargito esperienza e note divine al pubblico rapito ed estremamente divertito. Di grande emozione la musica di Puccini ha trovato nel giovanissimo maestro Fogliani un attento esecutore-direttore. Curato l’allestimento scenico ad opera di Walter Pagliaro, anche se con ovvie parti teatrali e scenografiche, si è avvalso di grandi interpreti, molto impegnati anche dal punto stilistico e recitativo. Straordinario perfino il ruolo del defunto Buoso, interpretato da uno snodabilissimo Renato Curci, …certo non canta, ma si fa notare ugualmente!
Deborah Brivitello

lunedì 16 aprile 2007

Un’esplosione di emozioni con Tony Clifton Circus in ‘Hula Doll’

Bari – Teatro Kismet OperaTony Clifton Circus con ‘Hula Doll’: un’esplosione di emozioni ,ieri, sul palco del teatro Kismet di Bari.Un palcoscenico spoglio con al centro un solo baule ma, stracolmo di strani oggetti, fungeva da supporto fondamentale ai due protagonisti che si muovevano freneticamente sulla scena, da ‘sfondo’ laterale poi, un terzo elemento che con suoni e performance musicali ha accompagnato l’intero spettacolo. E così Nicola Danesi e Iacopo Fulgi hanno regalato un’ ora intensa e davvero densa di momenti adrenalinici al pubblico sempre intimo e caloroso del Kismet. Loro, che si mostrano come clown-artisti per poi ‘trasformarsi’ in attori del teatro d’avanguardia, sono davvero diversi.Nicola cerca in tutti i modi di essere razionale, si mostra come il presentatore-narratore di questo assurdo gioco. La sua voce calda e rassicurante cerca di rilassare il pubblico prima che qualcosa di strano, e assolutamente inaspettato accada. Al suo fianco la figura opposta di Iacopo, un nevrotico colto da raptus veri e propri e che, al contrario di Nicola, si esprime in maniera corporale con scatti frenetici: ballando, correndo, sudando e perché no, sembra anche pronto a vomitare. Tutto va storto, la realtà è completamente capovolta o forse è solo un modo ironico e finalmente diverso di mostrarla. E così le Barbie diventano dei kamikaze con tanto di cintura esplosiva, i palloncini vengono utilizzati per illustrare una particolare lezione di educazione sessuale e i meloni riempiti di petardi vengono fatti esplodere. Un estremismo comico nel quale si amalgama un’elementare demenzialità, a volte anche un po’ snervante, con una poetica incredibile data anche dalla lettura impegnata di una poesia di Bukowski. Il loro intento è quello di essere riconosciuti, credono però che il modo migliore per farlo sia non essere accomodanti ma, anzi, portando all’estremo ogni gesto così da imbarazzare totalmente il pubblico. Il continuo interagire con gli spettatori permette di vivere un’ora densa e di suspance continua che giunge all’apice sul finale. E lo sa bene chi ha assistito ad un loro spettacolo!Colori, suoni, gesti inconsueti per questo circo irrazionale e surrealista, il tutto contornato dalla bravura e dalla versatilità degli attori-non attori. Il Tony Clifton Circus, fondato nel 2001 da Nicola Danesi de Luca e Iacopo Fulgi, nasce grazie all’incontro con Anthony Jerome Clifton, artista italo americano, e alla passione nei confronti dell’artista Leo Bassi, entrambi citati e ringraziati ieri alla fine dello spettacolo. Grazie alla loro esperienza e originalità si è potuto dar vita al circo che abbiamo ‘vissuto’ per un breve istante al Kismet e che continua a muoversi nei piccoli teatri riuscendo a far ridere, commuovere e pensare il pubblico purtroppo ancora di nicchia.
Luana Martino

In balia del vento Licia Maglietta in “Una volta in Europa”

Al Teatro Kursaal di Bari la prima regionale, Teatri Uniti“Una volta in Europa” dall’omonimo racconto di John Berger, traduzione di Maria Nadotti, scene e regia di Licia Maglietta.Un rudimentale deltaplano, una donna appesa a due corde, sembra quasi un burattino in balia del vento, apparentemente esile e fragile, si rivelerà dal racconto invece una donna forte e temprata dagli eventi. Una scenografia fatta solo di colori e di quadri informali, l’alternarsi delle luci sottolineano l’alternarsi dello stato d’animo della protagonista, che racconta in prima persona la propria storia includendo in essa la partecipazione corale di un villaggio, di una città, di una nazione, di un continente, con le sue trasformazioni storiche, economiche e sociali. Un’Europa che non è più la stessa, che l’industrializzazione ha trasformato non solo nell’economia ma soprattutto nell’anima, mutandone costumi, abitudini, modi di pensare e soprattutto di vivere. Il testo narrato con intensa emozione, da cui l’attrice-regista ha tratto questa significativa performance teatrale è tratto da un romanzo di John Berger, rappresenta un pezzo della nostra storia, i sogni, le aspirazioni, le vite spezzate dei protagonisti, fagocitati da un nuovo sistema sociale in cui ci si deve a tutti i costi integrare se non si vuol esserne schiacciati. Con quest’ultimo spettacolo Licia Maglietta, attrice di straordinaria vocazione teatrale, nota al grande pubblico anche per le interpretazioni cinematografiche di “Pane e tulipani”, ha inteso con questo monologo in un atto unico, portare sulla scena le emozioni dagli uomini e delle donne della vecchia Europa.Attraverso una scrittura limpida e altissima ha inteso rivelare come lo sviluppo industriale, le migrazioni forzate, l’inurbamento massiccio, la perdita di radici linguistiche e geografiche, la scomparsa graduale del lavoro artigianale, abbiano inciso su contadini, braccianti, pastori costringendoli spesso all’amnesia della propria memoria collettiva oppure ad una dura umana resistenza mai però superiore alle proprie forze.
Maria Caravella

sabato 14 aprile 2007

' La Turandot ' di Pino Di Budio


E’ stato presentato ieri al teatro Abeliano di Bari lo spettacolo “Turandot” in scena anche oggi e domani 15 aprile.La rappresentazione portata in scena dal teatro Potlach di Rieti, fondata da Pino Di Budio, regista della spettacolo, è stato uno scambio, (Potlach vuol dire per l’appunto scambio, nella lingua delle tribù nordamericane) ma anche una combinazione di informazioni della fiaba di Turandot, che nulla a che vedere con quella più nota di Giacomo Puccini.La Turandot di Pino Di Budio è liberamente tratta dalla novella di Carlo Gozzi, che a sua volta forse si è ispirato ad una novella di fiaba persiana “Saggezza sotto le 99 teste tagliate”, uno degli episodi della raccolta delle “Mille e una notte”, apportandone delle modifiche sostanziali, sia nel finale che nell’eliminazione di alcuni personaggi.Di Budio, presenta uno dei personaggi della commedia dell’arte italiana Tartaglia, (rimuovendo Truffaldino e Pantalone), a servizio dell’imperatore cinese, che spiega allo spettatore la storia di Turandot, principessa e figlia dell’imperatore della Cina, che per “decreto fatale chi indovina i suoi tre indovinelli l’avrà per moglie e chi non li indovinerà morte troverà”.Come si può ben immagine tante sono le teste cadute sotto la mano del boia.La scenografia è provvista di un ponte di legno che per l’occasione ora può sembrare un ponte di un giardino cinese e ora un ponte della laguna veneta e su questa impalcatura si muovono i personaggi, vestiti con abiti e maschere del’700 veneziano.Lo spettacolo si impernia sul personaggio di Calaf, principe turco che si innamora di Turandot e vuole sfidare gli indovinelli e da una miriadi di personaggi che tendono a persuaderlo e a lasciare la Cina, per avere salva la vita.Caratteristica dello spettacolo è che in alcune parti è recitato in veneziano ed accanto alla parte recitativa, fanno sfoggio gli attori che cantano dal vivo romanze del canto italiano al suono di una spinetta.Il finale presentato dal Teatro Potlach, vede un Calaf che dopo aver indovinato i tre enigmi, ha trovato la sua felicità raggiungendo la sua missione quello di tramutare l’odio che Turandot ha nel cuore in amore.Terminato il suo compito, che era spinto dall’amore dell’avventura, Calaf si ritrova vecchio. Il suo destino sembra aver fatto il suo corso, tutto questo pare un sogno, ma sa bene il principe “che chi naviga in acque tranquille non scoprirà mai il segreto delle tempeste” e lui si sente appagato nel aver affrontato questo viaggio.Ora toccherà senz’altro a qualcun altro.
Anna DeMarzo

Masaniello. Della libertà e dell’audacia: la sofferenza degli eroi.


Bari - Masaniello. Della libertà e dell’audacia: la sofferenza degli eroi.
In scena ieri 12 aprile al Teatro Royal di Bari lo spettacolo “Masaniello, l’uomo, l’eroe, il mito”, di e con Manuele Morgese, e con Pietro Becattini, Giorgia Auteri, Rossella Teramano. Regia di Brando Minnelli. Luci esplosive, musiche intersecanti ed una straordinaria prova recitativa confluiscono nello spettacolo “Masaniello”, una produzione Teatrozeta di l’Aquila, in giro per l’Italia da circa tre anni.Raccontare teatralmente la storia di un eroe del popolo, potrebbe risultare quasi da “ruffiani” , raccontarlo poi da un napoletano verace è quasi patetico! Ma siamo in teatro, questo il bel Morgese lo sa bene, ed i vigorosi meccanismi della scrittura scenica possono anche scampare ad una forma di decorazione puramente pomposa e vanagloriosa, per liberarsi all’interno di modalità artistiche assolutamente confacenti al progetto storico preso in considerazione. Il simbolismo più volte evidenziato è funzionalmente vicino ad una forma mentale che ci riporta alcuni secoli indietro, per poi repentinamente riavvicinarci all’attualità, continuamente, in maniera altalenante e biunivoca. Tommaso Aniello, detto Masaniello (Napoli, 29 giugno 1620 - 16 luglio 1647), è entrato nella storia come rivoluzionario napoletano. Nato e cresciuto umilmente, sposato con Bernardina Pisa, si ritrova a combattere una sorta di rivoluzione caoticamente emblematica. All’inizio di giugno del 1647, Masaniello essendo un personaggio carismatico, idoneo al comando, fu contattato, forse in segreto, da Don Giulio Genoino, il vero cervello della rivoluzione. Ma la mente di Masaniello, umile e rude non riesce a sostenere una simile responsabilità, frantumando i già labili equilibri. S’insinua il dubbio sulla sua follia, ma in realtà è difficile adattarsi ad un potere fulmineo: parlare ai nobili, accomodarsi allo loro tavola, indossare indumenti da patrizi, già…. magari con un ricco cappello di piume! Tutto questo stordisce Masaniello, amato dal popolo, che vede in lui il riscatto di secoli di oppressioni, poi odiato a causa della sua avventata instabilità. I moti insurrezionali iniziarono Domenica 7 Luglio 1647 quando Masaniello si ribellò alle sempre più pressanti gabelle sulla frutta. Nei giorni successivi il Vicere' si vide costretto a dare alcune concessioni al popolo. Il potere di Masaniello diventa tale che il Cardinal Filomarino ed il Vicere' Rodrigo ponz De Leòn duca D'Arcos accatano le sue condizioni: abolizione delle gabelle ed il riutilizzo dei privilegi concessi da Carlo V (Colaquinto). A questo punto il potere di Masaniello è inutile, ma lui non ne vuole sapere. Per fermarlo bisogna ucciderlo. Ma quando il popolo,….. proprio il suo popolo inizia ad odiarlo….allora il gioco è fatto! La triste fine si ha il 16 Luglio, proprio il giorno della Festa del Carmine. Un Masaniello decontestualizzato ed ibrido viene portato splendidamente in scena da Manuele Morgese. Direttore artistico del Teatro Zeta di l’Aquila, attore e autore, Morgese si rivela ad un giovanissimo pubblico barese, durante una matineè per le scuole, razionalizzando la pluralità linguistica teatrale e riportandola in una dimensione senza tempo e spazio. La scena della rivoluzione risulta avvincente ed assordante! Confonde, ottunde i sensi ed inebria. Si spera duri più a lungo, sempre di più! Un bravissimo Pietro Becattini coinvolge il pubblico con i suoi innumerevoli cambi di ruoli, agili e incredibili, diventa un femminiello divertente e goffo, per poi scuotere gli animi nel ruolo del diabolico viceré, inglobato in un rosso scenico infernale. Giustamente verace, la giovanissima napoletana Giorgia Auteri nel ruolo di Bernardina. Eccentrica e brava Rossella Teramano nel ruolo del banditore e di una popolana. Un coerente gioco di luci ed audio curato da Andrea e Michele hanno piacevolmente inglobato il tutto.Numerose ed acute le domande e le curiosità rivolte alla compagnia, da parte di alunni ed insegnanti di alcune scuole medie inferiori e superiori, che hanno assistito allo spettacolo, si è improvvisato un vero e proprio dibattito genuino, sul tema del teatro e sulle sue “dure leggi”, oltre che sul personaggio storico rappresentato! Alla matineè sarebbe dovuta seguire una normale rappresentazione serale alle ore 21.00, ma a causa di problemi organizzativi del teatro, lo spettacolo è stato disdetto! I motivi non sono dipesi dalla volontà della compagnia Teatrozeta, che porta avanti da alcuni anni un discorso divulgativo di cultura e di loisir, assorbito dal circuito Teatri Possibili (www.teatripossibili.it). Sinonimo di qualità, il circuito riesce a riempire quasi sistematicamente i teatri del centro-nord Italia. E’ stato un privilegio ospitarli nel nostro caldo sud, nella nostra città, peccato che usufruire di un evento di questa portata (significativo per l’importanza sensibilmente qualitativa e non per l’alienata pseudoteatralità inflazionante), diventa complicato qui da noi. Per cui dispiaciuti, gli amici venuti dai monti suggestivi di l’Aquila, hanno proseguito la loro tourneè in altre città come Rieti, Pescara, Vasto, oltre che l’Aquila, dove hanno già ampiamente successo di pubblico e critica! Cittadine queste sicuramente con un numero di ipermercati, di servizi commerciali e consumistici inferiore a quello di Bari, ma a quanto pare con un’interessante metodologia nell’usufruire dell’evento culturale, forse ancora molto distante dalla nostra!
Deborah Brivitello

giovedì 12 aprile 2007

Lindsay Kemp - L'Uccello di Fuoco in scena


E’andato in scena dal 10 all’11 aprile al Teatro Traetta di Bitonto lo spettacolo del Balletto del Sud che ha presentato “L’Uccello di Fuoco” con coreografie del salentino Fredy Franzutti su musiche del maestro russo Igor Stravinskij.Il primo tempo ha disorientato un po’ lo spettatore perché la compagnia ha presentato una rappresentazione che esulava dal contesto del programma, infatti ha offerto momenti di danza classica e moderna, con rappresentazione di tecniche di pantomima, per omaggiare il coreografo Michel Fokine. Così nell’arco di mezz’ora si è potuto apprezzare il classico balletto con passi a due, o uno dei primi balletti creati dal coreografo russo “Petrouchka” storia di una marionetta, non tanto distante da quella di Pinocchio, con movenze che rivelano la sua natura di burattino, danzate su l’inusuale musica di Giuseppe Verdi “Va pensiero”, al più classico dei balletti “La morte del cigno”.Il secondo tempo ha previsto la rappresentazione del “L’Uccello di Fuoco”, dove il coreografo Franzutti ha immaginato il giovane principe Ivan Tsarevich, interpretato dallo scattante e muscoloso Luca Condello ,ispirandosi al personaggio di Conan il Barbaro, con tanto di elmo con grosse corna.L’Uccello di Fuoco è stato interpretato dalla leggiadria di Daniela Marrone, mentre la principessa da Tsarevna dalla ballerina Iscra Stoyanova.Un cammeo l’interpretazione di Lindsay Kemp che impersonava il perfido mago Katschei, con tanto di unghie lunghe, lingua e occhi rossi e privo di capelli tanto da assomigliare all’agghiacciante vampiro Nosferatu.L’Uccello di Fuoco è una fiaba della tradizione russa che il maestro Igor Stravinskij compose nel 1910 e gli diede una immediata notorietà, reinventando il genere del balletto.Tratta l’avventura del principe Ivan che grazie all’aiuto del magico uccello dalle piume di fuoco, riesce a liberare le 12 principesse prigioniere dell’immortale mago Katshei dalle dite verdi, rompendo lo scrigno-uovo provocando la morte del mago e la fine dell’incantesimo.Il principe così sposò la sua principessa.Da menzionare anche tutti componenti del corpo di ballo da: le principesse: Anna Gaiano, Alessandra Minichini, Juliana Sanvicente, Annalisa Tinessa, Johanna WaldorfI seguaci di Katscheij: Daniele Chiodo, Ignazio Ferracane, Luca Lago, German Marina, Giuseppe RoffoLe streghe: Dalila Tondo, Denis Madaro, Silvia Catalano.Le scene di Francesco Palma, i costumi di Maria Sonia del Pontes, le luci a cura di Sabina Fracassi, Piero Calò
Anna DeMarzo

venerdì 30 marzo 2007

Massimo Ranieri racconta se stesso in “Canto perché non so … nuotare da 40anni”


Circa duemila spettatori, a Bari, al Teatro Team, non sempre dall’acustica impeccabile, per ascoltare Massimo Ranieri. Un’ Orchestra e un corpo di ballo tutto al femminile, ha accompagnato “lo scugnizzo della canzone italiana” in uno dei suoi ultimi esperimenti canori. Dopo le esperienze televisive, teatrali e cinematografiche eccolo rinnovarsi in versione musical.Questo tipo di show, già affrontato più volte, non è un’esperienza completamente nuova per Massimo Ranieri. L’Artista partenopeo, lungamente applaudito, ha interpretato se stesso in una performance dei suoi maggiori successi, in cui ha inserito aneddoti magicamente raccontati come lui solo sa fare, incantando il pubblico dei presenti.Un abito rinnovato per canzoni intramontabili. Massimo Ranieri, così “ha festeggiato” al Teatro Team di Bari quarant’anni di carriera reinterpretando tutti i suoi successi storici, da La voce nel silenzio, Erba di casa mia, Rose Rosse, Perdere l’amore, concludendo con i classici della canzone napoletana: Mi troverai, Ti voglio bene assai, Reginella. Scritto da Gualtiero Peince e Massimo Ranieri, regia di Massimo Ranieri, light Designer: Maurizio Faretti, coreografie di Franco Miseria, scenografia di Massimo Ranieri, costumi Giovanni Giacci, arrangiamenti: Maurizio Fabrizio. Il programma allestito oltre a ripercorrere alcuni dei momenti più luminosi della carriera dell’artista, che com’è noto ha preso l’avvio nel lontano 1966, grazie alla sua tenacia supportata da enormi sacrifici e da un pizzico di fortuna, ingloba alcuni dei successi dei più famosi cantautori che hanno accompagnato l’esordio di Ranieri oppure perché vicini al mondo artistico del cantante. Si sono riascoltati brani di Endrigo, Lauzi, Paoli, Battisi, Battiato … Il cielo in una stanza, Io che amo solo te, L’Istrione, Ti penso, Almeno tu nell’universo … e tanti altri piccoli grandi capolavori della canzone d’autore, tutti “riarrangiati” dalla voce classicheggiante di questo grande interprete della canzone italiana. Massimo Ranieri, che in questo periodo sta lavorando al suo nuovo disco e in televisione, ha riproposto con un briciolo di nostalgia le tappe più significative della sua carriera, riproponendo le canzoni più amate per raccontarle di volta in volta, coinvolgendo il pubblico e rendendolo partecipe dei suoi ricordi più cari, legati soprattutto al quartiere Santa Lucia a Napoli, dove ha trascorso la sua infanzia e a cui sono legati i ricordi dell’esordio nel mondo della canzone. E’ stato un concerto “molto raccontato”, nel corso del quale c’è stata anche la possibilità di apprezzare Massimo Ranieri non solo per le sue canzoni ma anche per le numerose doti artistiche che lo contraddistinguono e per la sua ineguagliabile carica di umanità. Motivo ulteriore per porsi di fronte alla sua arte apprezzandone le ragioni che continuamente lo spingono a rinnovarsi come uomo e come artista, rileggendo le sue canzoni.
Maria Caravella

giovedì 29 marzo 2007

Atmosfera ‘kitsch’ nelle Nozze di Figaro con Tullio Solenghi


Bitonto- Teatro Traetta- ‘Le nozze di Figaro’Tullio Solenghi torna sul palcoscenico, davanti agli occhi dei numerosi spettatori del teatro comunale di Bitonto, interpretando le vesti del protagonista Figaro. Le nozze di figaro, tratto da ‘La folle journeè ou le mariane de Figaro’ commedia in cinque atti di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, è considerata una dei capolavori musicati da Mozart con il libretto di Lorenzo de Ponte. Scritta nel 1778 e rappresentata per la prima volta nel 1784, è l’apice massimo del teatro francese dopo Molière; forse ultimo capolavoro prima della rivoluzione francese del 1789 che sembra già preannunciata sommessamente tra le righe dell’opera. Fu accolta in maniera strepitosa e rappresentata per cento sere consecutive. Ancora oggi apprezzata e acclamata è risultata essere un testo perfetto per le qualità di Solenghi. Racconta del conte di Almaviva che, stanco, della vita coniugale con Rosina, fa la corte alla cameriera della moglie, Susanna che è alla vigilia delle sue nozze con Figaro. Intanto, la contessa accetta le galanterie del giovane paggio Cherubino ma ciò non fa altro che fomentare le ire del conte ed esasperare la trama di inganni ed equivoci che si susseguono continuamente. In fine, però, ogni sospetto viene dissipato, si ristabilisco gli equilibri e finalmente Figaro e Susanna potranno convolare a nozze.Certamente quella proposta oggi è una rivisitazione moderna ed esasperata che estremizza le figure dei personaggi. Questo è reso perfettamente anche dalla scenografia, totalmente giallo-oro e dai costumi degli attori che indossano parrucche vaporose e ingombranti; il tutto insomma sembra avere una certa atmosfera ‘kitsch’ ma che ammalia e coinvolge lo spettatore. L’ironia è di casa, i riferimenti alla modernità e alla quotidianità sono continui, resi in modo eccellente dal protagonista Solenghi che con la sua caratteristica ironia è riuscito ha catturare gli spettatori dell’accogliente teatro. Ancora una volta, come nei suoi precedenti spettacoli, Solenghi si è affidato alla produzione Lavia-Agnani alla quale questa volta si è aggiunto il coproduttore Procope Studio che confidano in questo connubio di passione, felicità e gioco. Una scommessa difficile quella di interpretare un congegno teatrale così perfettamente calibrato ma certamente vinta da Solenghi e dalla sua compagnia che cercano di conquistare e soprattutto di avvolgere lo spettatore, per due ore circa, in un ‘aurea’ di sogno. Con Tullio Solenghi,Sandra Cavallini, Roberto Alighieri, Giancarlo Condè, Alessandra Schiavoni, Silvia Salvatori, Gugliemo Guidi, Gianluca Musiu, Totò MancatoreScene e costumi Andrea ViottiElaborazioni musicali Ricardo BenassiLight designer Pietro SperdutiRegia Matteo Tarasco

giovedì 22 marzo 2007

Sogno di una notte di mezza estate - tra ulivi saraceni e pugliesi doc


E’ stato presentato ieri 21 marzo e resterà fino 25 al teatro Abeliano di Bari lo spettacolo “Sogno di una notte di mezza estate” commedia di William Shakespeare, con l’adattamento di Teodoro Signorile e sapientemente guidati dalla regia di Vito Signorile.Il “Gruppo Abeliano” e la “Compagnia Tiberio Fiorilli”, hanno deciso di unire le proprie forze per conquistare il circuito regionale cercando di mettere assieme tanti protagonisti della scena pugliese, coinvolgendo anche i giovani che si avvicinano al modo dell’arte attraverso altre strade che non siano solo recitative.Si può così apprezzare lo sforzo di queste due compagnie teatrali perchè in questo spettacolo impegnativo sono riusciti a coinvolgere gli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Bari che hanno realizzato le scene e i costumi, mentre le esecuzioni musicali (di Mendelssonh) sono state affidate ai musicisti del Conservatorio Niccolò Piccinni con sei brani di musiche originali di Alessandro Amato.Chi si aspetta di vedere la commedia così come l’ha rappresentata l’autore inglese, non rimarrà deluso nel constatare che alcune scene sono state modificate, privilegiando il ruolo della combriccola di artigiani che vuole mettere in scena una rappresentazione popolare sul tema di “Piramo e Tisbe”, per l’imminenti nozze di Teseo, duca d’Atene ed Ippolita, regina delle Amazzoni.L’allegra brigata di artigiani che apre lo spettacolo e ne anticipa la scena (nel testo originale è la II scena) è composta da attori cari al pubblico pugliese . Così i panni di uno dei più apprezzati personaggi comici shakespeariani (Bottom) sono vestiti da Dante Marmone, che nello spettacolo di Vito Signorile prende il nome di Bottone (forse perché attacca bottone in continuazione) e con la sua comicità e “fisicità” ha reso esilarante il suo personaggio, riscuotendo al termine della rappresentazione applausi a scena aperta.Lo stesso dicasi per Pinuccio Sinisi che ha interpretato Cotogna (Pietro Zeppa) il carpentiere, l’ideatore della recita che al termine risulterà più un prologo che una rappresentazione teatrale.Nico Salatino, Enzo Vacca, Enzo Sarcina e Enzo Strippoli hanno interpretato rispettivamente il sarto Lanca, il falegname Conforto, l’aggiustamantici Flauto e il calderaio Nasone. (Come si può notare anche i nomi dei personaggi sono stati modificati rispetto al testo originale come anche il loro linguaggio che non sembra togliere nulla al testo di Shakespeare, anzi aggiunge un po’ di cultura pugliese).Nella recita che intendono presentare davanti ai nobili di Atene impersonano rispettivamente :la Luna che con il suo chiarore può essere ingannatrice; il Leone, (personaggio che vuole uno spartito scritto perchè non desidera improvvisare il suo ruggito); Tisbe, la bella dama amata da Piramo, (ma ve la immaginate con il volto di Enzo Sarcina, non ci sono parole. Ed io non le ho trovate); con indosso un grembiule sporco di calce e di intonaco e su disegnate delle pietre mostrano che Enzo Strippoli è il Muro, provvisto di fessura attraverso il quale i due innamorati, Piramo e Tisbe parlano in gran segreto.L’ambientazione dello spettacolo si svolge nel mondo della Natura popolato da fate ed elfi con Oberon e Titania rispettivamente il loro re e la loro regina , magistralmente interpretati da Guglielmo Ferraiola e Rachele Viggiano che avevano il doppio ruolo di Teseo ed Ippolita. Puck il folletto di re Oberon è stato interpretato non da un attore ma dalla incontenibile e bravissima Tina Tempesta che si muoveva sul palcoscenico con leggerezza e agilità.I quattro giovani innamorati Demetrio, Ermia, Lissandro ed Elena, interpretati da Vito Latorre, Ida Caracciolo, Sergio Raimondi e Rossella Giugliano sono risultati convincenti nelle loro parti recitando seguendo il testo originale.Il “Sogno di una notte di mezza estate” è la dimostrazione di come un mestiere dell’uomo di teatro si trasformi in poesia, è la più libera delle opere di Shakespeare, ma che diviene anche la più complessa figurazione tra realtà e la poesia stessa, e attraverso il teatro anche la verità diventa finzione.
Anna DeMarzo

mercoledì 21 marzo 2007

Il Flamenco Caliente di Antonio Marquez

Marquez porta il Flamenco nella Puglia dal Cuore “caliente”. Due serate all’insegna della famosa danza gitana in programma il 19 e 20 marzo al Teatro Piccinni di Bari all’interno della stagione della Camerata Musicale Barese.Sul palcoscenico la “Compagnia di Danza di Antonio Marquez”. Che ha presentato “Despues de Carmen” di Gorge Bizet, in prima rappresentazione a Bari, “Vida Breve” di Manuel De Falla e “Bolero” di Ravel, tre coreografie che portano la firma di Marquez. E’ lui l’immagine più vera, autentica del Flamenco: Antonio Marquez. E’ lui l’ultimo dei bailaor di Spagna, custode di una tradizione che lega ai passi di una danza coinvolgente e passionale, l’espressione di un popolo, la sua cultura, le sue radici. La Spagna di Antonio Marquez, uno dei più grandi artisti della cultura flamenco, è tutta racchiusa in questo suo ultimo spettacolo. Quarantenne, considerato il “bello” del flamenco per il suo fascino latino. Divo da grandi folle a livello internazionale, Marquez è arrivato a Bari con la compagnia di danza che porta il suo nome composta da 13 ballerini, il cantante Manuel Losada e il chitarrista Antonio Sanchez e un programma straordinariamente sensuale.Dicono le biografie che da bambino, prima di intraprendere gli studi di danza, l’artista Sivigliano, oggi 44enne, volesse diventare un torero.Ed è proprio la danza che ora gli permette di vivere almeno sul palcoscenico il suo sogno infantile.Nella prima parte dello spettacolo l’artista interpreta Escamillo, il torero innamorato di Carmen e da lei ricambiato.Nella seconda parte la trama narrativa di la “Vida Breve” vede ancora protagonista una giovane e bella gitana, che intreccia una storia d’amore con un ingrato signorotto. Per questa composizione di Manuel De Falla divenuto celebre per aver restituito nobiltà alla chitarra come strumento capace di dare anima a qualsiasi brano, Marquez ha realizzato una speciale coreografia rappresentata la prima volta al Teatro Reale di Madrid nel 2001. Il Bolero di Ravel scelto per il gran finale, è l’apoteosi della potenza espressiva, grazie al rapimento ipnotico indotto dal tema ripetuto ossessivamente in crescendo e sempre con maggior presenza di strumenti: fra i diversi gruppi di ballerini spicca un misterioso solista, impersonato da Marquez e circondato da un’aria nebulosa e spettrale.Tre storie, tre opere di grande forza espressiva, dunque, in uno spettacolo di pura danza in cui amore, passione e intensità emotiva celebrano i dieci anni di carriera di Antonio Marquez e della sua compagnia, applauditi nei teatri di mezzo mondo.
Maria Caravella

lunedì 19 marzo 2007

Bari - Teatro Kismet - Come un cane senza padrone - I motus


Si è conclusa ieri la ‘Tre Giorni’ che ha visto protagonista al teatro Kismet di Bari i Motus. Compagnia che negl’anni novanta ha investito la scena teatrale con una ventata creativa fatta di ricerca e contaminazioni di arti visive, cinema, letteratura che in un connubio perfetto danno vita a spettacoli estremi con sfumature che si muovono dall’estrema raffinatezza al trash decadente. Ieri, davanti ad un pubblico di pochi intimi, è andato in scena ‘come un cane senza padrone’, ideato e diretto da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, che si presenta come un viaggio trasversale che parte dal romanzo ‘Teorema’ di Pier Paolo Pasolini e si muove attorno ad opere che hanno come fulcro l’elemento sacrale-distuttivo come in ‘Porcile’, ‘San Paolo’ e ‘Petrolio’. Il pubblico si è trovato davanti non una scenografia nel senso comune del termine ma ad una sorta di spazio filmico formato da vari schermi con diverse profondità: un trittico video che proponeva immagini che si estendevano sulla scena grazie alla presenza di elementi tangibili come una vecchia Alfa Romeo degli anni ’70 che occupava parte del palco. Al centro della scena la narratrice, Emanuela Villagrossi, che con voce calda e suadente ci porta nel mondo dell’ing. Carlo (Dany Greggio) e al suo incontro con il giovane Carmelo (interpretato per questa serata da Matteo Angius). E’ un viaggio nella borghesia degli anni ’70, è un grido contro la ‘banalità del male’ nel quotidiano che in Pasolini, ad esempio, si denuncia con l’avvento di un fatto esterno scandaloso quale la visita di una presenza demoniaca o angelica come accade in ‘Petrolio’. Un ‘film di letteratura’ quello presentato dove i due personaggi maschili sembravano esibirsi in un concerto fisico ma soprattutto acustico: erano posizionati sul lato della scena e davano vita con rumori e poche battute alle immagini proiettate su uno degli schermi. La loro è un’assurda storia fugace, un rapporto fisico e quasi crudele come la vittima con il carnefice dove Carlo diventa ‘una cagna’ nelle mani di Carmelo. Pasolini amava le corse, le auto veloci e spesso andava in giro solo di notte girando per la periferia urbana, vagando per la Tuscolana e per l’Appia come un pazzo proprio ‘come un cane senza padrone’. Per sopperire questa mancanza, questa solitudine alla ricerca di un qualcosa di effimero, così come fa Carlo che per nascondersi dalla società vive la scoperta della sua ‘nuova’ sessualità in maniera dilaniante.Uno scenario che si muove tra periferia e deserto che sarà l’ultimo luogo ad ospitare Carlo dove, colto da solitudine e disperazione, giungerà all’annientamento.Certamente elitaria ed incisiva la performance che ricalca in modo sorprendente la poliedricità delle opere pasoliniane, nel continuo susseguirsi di emozioni rabbiose e slanci d’amore. La serata si è conclusa con la proiezione del film ‘Splendid’s’, ispirato dall’omonima opera di Jean Genet (1948), sempre di produzione Motus, Theatre National de Bretagne, che in collaborazione con la provincia di Rimini e con TTV Riccione ha realizzato un mediometraggio nello scenario decadente dell’albergo che ha ospitato il progetto.Uno scenario unico quello proposto: un albergo, ormai non più agibile, che si differenziava dagli altri così standardizzati della riviera, che ha visto muoversi una banda di sette gangster che come su un palco teatrale si aggirava tra le varie stanze in preda ad euforia che rasentava la follia. La telecamera spesso sembrava danzare con loro sulle note di un passionale tango per poi soavemente attenuarsi con sonorità tutte francesi. Una visione che, pur non abbandonando totalmente i canoni teatrali, si muove a tutto tondo riuscendo a trasportare lo spettatore in quel mondo fatto di mitragliatrici ma anche di tendaggi rosati e divanetti barocchi.
Luana Martino

domenica 18 marzo 2007

ATTESE omaggio a Samuel Beckett


Al Teatro Abeliano dopo due giorni di rappresentazioni si conclude oggi "Attese" ideazione e regia di Francesco Gigliotti con: Tiziana Battisti, Agnese Chiara D’Apuzzo, Francesco D’Atena,Maria Elena Lazzarotto, Zahira SilvestriCinque personaggi vivono la loro condizione di attesa.Chi e cosa stanno aspettando? Una impellente necessità pare legarli a quella attesa, ci saranno dei cambiamenti, qualcosa accadrà! Ogni tentativo fatto dai personaggi di convivere condividendo lo spazio vitale diventa grottesco, l'unica cosa che resta da fare è assolvere al proprio destino. Iro e One ne hanno uno preciso: attendere.Nell'attesa di un incontro che pare debba cambiargli la vita, consumano tutta la loro esistenza, di cui poco o nulla ricordano.I due incontrano un signore e il suo servo,ed anche un piccolo monello che deve dar loro notizie importanti. Questo è quello che sembre succeda ... ma forse non accade e non accadrà.La storia è ferma forse non esiste.Ogni giorno si ripete uguale come sempre , le differenze non si vedono,tutto è indifferente ,aspettando che la notte compiendo l'inesorabile inghiotte il giorno sancendone la fine.Nell’indugio, nell’indolenza di un tempo che pur trascorrendo non passa, i cinque si trovano loro malgrado in situazioni comiche e paradossali. Lo spettacolo è ispirato al teatro dell’assurdo di matrice beckettiana, dove emergono i grandi temi della solitudine e dell’angoscia di esistere.L’attesa è metafora del vivere contemporaneo che si sostanzia nei comportamenti dei personaggi di fronte alla necessità di fornire istante dopo istante un senso qualsiasi alle loro vite. Nel gioco della rappresentazione l’uso della maschera della Commedia dell’arte d’influenza napoletana, si rivela come scelta essenziale nell’alternarsi dei ruoli. Il senso del comico e del tragico dell’attesa, trova così, un equilibrio singolare capace di misurarsi con i grandi temi della letteratura del novecento. E’ proprio l’utilizzo del codice energico dei personaggi di basso rango a inventare l’azione drammatica e il senso irresolubile della vita in una grottesca serie ininterrotta di eccetera eccetera.Bravissimi gli attori che ben hanno usato il suono della voce passando dal dialetto napoletano ,all'inglese ,all'italiano alternando voci ruvide ,cavernose ,suoni gutturali ,gesti,mimica e movimenti coreografici dall'azione plastica e dinamica del corpo.

venerdì 16 marzo 2007

“Urlo” doloroso e prolungato dell'uomo verso la società


Per la Stagione di prosa del Teatro Pubblico Pugliese, in esclusiva Regionale al Teatro Piccinni di Bari, Emilia Romagna Teatro Fond. Regia di Pippo Delbono, sarà applaudito fino a domenica 18 Marzo Urlo, performance teatrale, atto unico, nata dal singolare incontro tra Delbono e la sua sempre più numerosa compagnia di straordinari attori borderline, senzatetto, down e disabili mentali, la voce di Giovanna Marini e l’attore Umberto Orsini. Insieme lanciano un “Urlo” doloroso e prolungato nei confronti della società che opprime l’uomo e ne vanifica gli intenti positivi. Si tratta di un ululato di collera contro i potenti, ma anche un grido d’allarme per chi vuole ancora ascoltare. La pazzia, il sottile filo che separa quello che il mondo dei benpensanti chiama normale e anormale. Lo spettacolo ha debuttato all’ultimo festival di Avignone, nel mitico spazio della Carrière Bourbon. Contenuto fondamentale della rappresentazione è sostanzialmente il potere nelle sue varie forme, religiose e familiari. Sulla scena sfilano con i loro volti deformi, suorine, vescovi e militari, abitanti di un lido balneare anni Cinquanta che all’improvviso si trasforma in uno scenario universale. I miti delle proteste sociali e musicali degli anni ‘60-’70, rappresentati dai cantanti capelloni e anticonformisti circondati dai fans club, ed infine i mitici figli dei fiori.“Figure e apparizioni simboli del potere e della devianza sociale dal sapore felliniano in questo Urlo” di ribellione che va coinvolgendo enormi masse di pubblico in tutti i teatri d’Europa. Spettacolo che va sicuramente visto e consigliato per la forza di un messaggio semplice che travolge arrivando diritto al cuore, per l’aggressività con cui lo colpisce e i sentimenti che vi insinua. Lavoro acclamatissimo nato della straordinaria capacità di Pippo Delbono e dei suoi attori con l’intento di sovvertire qualsiasi regola narrativa, senza però mai perdere un legame intimo e forte con ogni spettatore.Dalle origini dell’umanità, da quando Caino uccise Abele, l’uomo ha creato le leggi, dando origine al carcere, luogo senza speranza, dove regnano solo urla di dolore… Numerosi sono i riferimenti alle Avanguardie del Novecento, nessuno di noi può dimenticare l’Urlo di Munch o l’emblematica Guernica di Picasso, dove l’umanità è rappresentata nel suo urlo più straziante, nella disperazione di ogni giorno che accompagna tutt’ora in pieno Post-moderno il dolore inconsolabile dell’umanità. L’incipit e il procedere di tutto lo spettacolo è “gridate più forte!”, “Le menti migliori della mia generazione impazzite che urlavano gli echi dell’anima … che si squagliavano il cervello venivano espulsi dalle Accademie” e poi … “Ogni uomo è santo …, il barbone è santo … viva il coraggio! Di chi? Di chi si ribella e lotta.
Maria Caravella